Affresco di un’Italia contemporanea con le sue contraddizioni e le questioni irrisolte

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Intervista a Nicola Fiorin

di Loriana Lucciarini

Il primo romanzo di Nicola Fiorin, Lentamente muore, pubblicato nel 2102, ha esordito con successo, piazzandosi in testa alle classifiche e giungendo alla settima ristampa. Il migliore dei mondi possibili, secondo titolo della serie, ha consolidato il consenso di pubblico e critica e con Il canto delle sirene, uscito nel 2014, l’autore si è aggiudicato il premio letterario internazionale Tantucci. Il tredicesimo arcano, del 2017, è il quarto titolo che prosegue le vicende dell’avvocato Angelo Della Morte, seguito da un pubblico fedele ed eterogeneo di lettori.
Lo scrittore bresciano, classe ’76 e avvocato penalista, è ormai un autore affermato nel panorama letterario italiano e pubblica con la casa editrice Arpeggio Libero.

Nicola, com’è a tuo avviso lo stato dell’arte? È vero che siamo in profonda crisi e che i lettori sono sempre più una specie in via d’estinzione?

L’editoria è un settore costantemente in crisi, ma temo che questa sia espressione di una più generale che riguarda l’intero sistema paese. In Italia è in corso una vera emergenza in molti ambiti della vita pubblica: dall’economia, alla legalità, alla tutela dell’ambiente, alla natalità, tanto per fare alcuni esempi. La cultura non fa differenza: del resto un paese che non investe in cultura ben difficilmente potrà contare su un numero crescente di lettori.
C’è poi, a mio avviso, anche un secondo aspetto che attiene al tipo di pubblicazioni: se prendiamo la vetrina di una libreria mainstream (cioè dei grandi gruppi editoriali), i primi titoli che notiamo appartengono a sportivi, chef o persone provenienti dal mondo dello spettacolo. Molti libri non sono più opera di scrittori ma di altri personaggi e, questo, è paradossale ma significativo circa la qualità delle letture degli italiani.
Del resto, nelle grandi librerie, si vende e si trova di tutto: dagli articoli per la casa, ai giocattoli, alla cancelleria e poi anche i libri.
La mia impressione è che non si curi più molto la qualità di ciò che viene pubblicato, preferendo logiche puramente di mercato, a un editoria di buon livello. Del resto, quest’ultima, comporta un effetto collaterale per taluni indigesto: crea pensiero indipendente.

Nonostante il tuo successo, sei rimasto legato alla casa editrice con cui hai iniziato a pubblicare (Arpeggio Libero). Questo dimostra che è possibile per tanti piccoli editori, pur con enormi difficoltà economiche e di mercato, perseguire obiettivi di pregio con proposte letterarie intriganti e riuscendo a proporre autori di buon livello. Puoi spiegarci qualcosa di più di questa tua decisione?

Il mio editore mi ha sempre garantito l’unica condizione che ho posto alla firma del primo contratto: non ho mai pagato per pubblicare.
Al di fuori dell’ambiente editoriale potrà sembrare ovvio quello che dico ma, in realtà, l’editoria a pagamento è una piaga diffusa della quale si parla poco e che rappresenta una trappola per tutti coloro che, avendo un manoscritto, cercano un editore. La tentazione di pagare per pubblicare il proprio romanzo può essere forte ma, cedervi, significa inquinare ancor più un contesto già difficile che sforna migliaia di titoli ogni anno. Si tratta di un’operazione disonesta che pone sullo stesso piano un libro a pagamento (poco più di un prodotto tipografico) e uno che, per essere pubblicato, deve possedere qualità tali da convincere un editore a investirci sopra.
La normalità prevede che sia lo scrittore a essere pagato per quello che scrive e non il contrario, ma in libreria finisce qualsiasi cosa. Arpeggio Libero punta solo sulla qualità dei suoi autori e questo rende il progetto culturale ed editoriale, dal mio punto di vista, interessante.

Promozione editoriale, croce e delizia (più croce) degli autori. Da tante parti arrivano suggerimenti su come promuoversi, spesso i consigli sono addirittura antitetici. Tu cosa pensi delle bistrattate presentazioni letterarie? Quale credi sia la strategia vincente per una giusta promozione dei propri lavori?

Chi pubblica con una casa editrice indipendente farebbe meglio a considerare che l’editore non ha le risorse per una promozione capillare dei romanzi, perciò la promozione dipende dalla disponibilità dell’autore a seguire il proprio libro. Da questo punto di vista i social media aiutano molto, anche se io preferisco la promozione fatta di persona: mi piace incontrare i miei lettori, dialogare con loro, scoprire che cosa hanno trovato nelle mie storie.
Dal 2012, anno in cui ho pubblicato il primo libro, ho fatto più di cento presentazioni in giro per l’Italia e il mio unico rammarico è di non averne fatte di più; sono stato ovunque a presentare i miei libri: librerie, biblioteche, caffè letterari, bar, teatri, cantine, una volta perfino in mezzo a una strada. Bisogna essere disposti al sacrificio per i propri libri, essere scrittori è un’attività faticosa che richiede disciplina e molta disponibilità.

Parliamo della tua produzione letteraria.

Io nasco in mezzo ai libri, i miei genitori sono entrambi insegnanti e mio padre per molti anni  ha lavorato all’editrice La Scuola di Brescia, dove si occupava, appunto, di testi scolastici. Da bambino vedevo i libri nascere a casa mia, sotto i miei occhi, e questo mi ha sempre affascinato. Ho scritto il mio primo romanzo a nove anni, quarantacinque fogli protocollo scritti a mano (un giallo, naturalmente); a dieci mi sono fatto regalare la mia prima macchina da scrivere e da allora ho sempre scritto attraversando i diversi periodi della vita. Fino al 2008 quando ho portato a compimento un progetto che avevo in animo da molto tempo, il primo romanzo di una serie di legal thriller italiani: nasceva così la serie di Angelo Della Morte.

Il tuo protagonista, Angelo Della Morte, è un personaggio molto amato dai lettori che seguono le sue storie di anno in anno. Com’è nato? Ti sei ispirato a un personaggio reale oppure è frutto della tua fantasia? Come si è evoluto, cosa ci puoi dire di lui?

Angelo non nasce in Italia e nemmeno nel 2012, anno in cui ho pubblicato Lentamente muore, il primo romanzo della serie. Angelo nasce molto tempo prima, nel 2001 quando, prima di laurearmi, mi sono preso un anno sabbatico e, zaino in spalla con mio fratello, ho attraversato l’America Centrale, partendo dal Messico e arrivando a Panama.
Viaggiavamo utilizzando mezzi pubblici, scassatissimi autobus notturni, in cui si poteva fare di tutto tranne dormire. Così, per passare il tempo, annotavo sul mio taccuino le avventure di questo avvocato con uno strano nome. Tornato a casa, di quell’esperienza mi sono rimaste due cose: il nome del protagonista e l’idea di ambientare a Brescia, la mia città, le sue storie a tinte noir.
Tuttavia nel 2001 non ero ancora pronto per scrivere di lui. C’è voluto il 2008 perché ogni cosa fosse allineata e iniziassi a scrivere. Angelo è un avvocato penalista amante del rock, dei super alcolici e allergico a soprusi e ingiustizie. «Io sto con gli indiani» ripete spesso, come a dire che sceglie sempre la parte dei perdenti.

C’è un tema che ti è caro e che hai trattato in uno dei tuoi romanzi? E, invece, ce n’è un altro che senti di voler inserire nella trama del tuo prossimo lavoro?

Nei miei libri racconto l’Italia contemporanea, le sue contraddizioni, le sue questioni irrisolte, i problemi che l’affliggono e  cerco di parlare di una generazione, la mia, fragile e al tempo stesso resiliente, capace di adeguarsi a tutto.
In futuro, vorrei spostare l’accento sui temi dell’impegno civile perché, come dice Massimo Carlotto, «un autore attraversa la sua epoca occupandosene nei suoi libri».

Stai lavorando a ulteriori progetti? Anticipazioni? Novità?

Non credo che pubblicherò a breve un nuovo romanzo, adesso voglio occuparmi d’altro. Ho da poco finito di scrivere i testi per il mio programma alla radio: si intitola Sanspapier, appunti per scrittori clandestini e tratta del viaggio di uno scrittore immaginario, Vincent Fake, alla ricerca di una storia da raccontare. Nel corso delle puntate ci occuperemo di temi diversi, affrontati attraverso le riflessioni contenute nel diario di Vincent, musica, libri e cinema.
Poi vorrei dedicarmi alla stesura di un testo teatrale dedicato alla strage di Piazza della Loggia a Brescia, in cui 11morirono otto persone e un centinaio rimasero ferite, il 28 maggio 1974, a causa di una bomba esplosa durante una manifestazione antifascista.
Una delle tante stragi di Stato, figlie della cosiddetta strategia della tensione e, come altri episodi analoghi, anche nel caso di Piazza della Loggia, ricostruire l’autenticità dei fatti e le responsabilità, si è rivelato un compito improbo. Dopo quarantatré anni, a causa di depistaggi e oscure protezioni, ancora non si conosce come si sono svolti quei fatti. È dovere di ognuno di noi esigere questa verità. Vorrei impegnarmi per questo: per non dimenticare chi non c’è più e per dare il mio contributo alla ricerca di una verità per troppo tempo rimasta nascosta.

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