Leggiamo davvero poco

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di Laura Costantini

“Il quadro che emerge dai dati Istat sullo stato della lettura in Italia diffusi lo scorso 27 dicembre è semplice: nel 2016 sono aumentati del 3,7% i titoli pubblicati rispetto all’anno precedente e al tempo stesso sono diminuiti gli italiani che hanno letto almeno un libro nel corso dell’anno, passando dal 42% al 40,5% della popolazione. Una conferma che in Italia si pubblica troppo e si legge poco. Al tempo stesso, sono dati che devono far riflettere editori, scrittori, addetti ai lavori sul rischio di […] pubblicare libri per se stessi e pochi intimi senza essere in grado di incidere nella storia della cultura italiana e nel dibattito pubblico. La filiera editoriale dovrebbe interrogarsi sulle strategie da adottare per il futuro.”

Questa è l’analisi che del rapporto Istat su lettura e produzione di libri fa Francesco Giubilei, editore (Historica Edizioni e Giubilei – Regnani i suoi marchi) e saggista. Un’analisi da addetto ai lavori con una tendenza pessimista, ma che si pone perfettamente nel solco dei cahier de doleance che ci vengono costantemente riproposti sulla situazione delle patrie lettere e letture. Vivendo a stretto contatto con contatti Facebook che macinano dai 20 ai 120 libri l’anno, viene da chiedersi se nei dati raccolti dall’Istat siano compresi acquisti e fruizione degli e-book, vendite online dei cartacei e prestiti nelle biblioteche. Dovrebbero esserlo, perché l’Istat riporta di aver posto la domanda secca: “ha letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici o professionali?” E se lo fossero, i risultati in percentuale sono quelli lamentati da Francesco Giubilei. Dal 42,0% della popolazione di 6 anni e più del 2015 si è passati al 40,5% nel 2016. Si tratta di circa 23 milioni di persone con almeno un libro all’attivo. Ora mi piacerebbe avere dati su quanti siano gli italiani e le italiane che scrivono e, di questi, quanti arrivano alla pubblicazione. E, altra indagine che andrebbe svolta, capire le esatte percentuali tra pubblicazione con casa editrice e pubblicazione autoprodotta. Perché i dati Istat parlano di case editrici, come potete leggere di seguito.

“Nel 2016 oltre l’86% dei circa 1.500 editori attivi pubblica non più di 50 titoli all’anno; oltre la metà (54,8%) sono “piccoli editori”, che producono al più 10 opere in un anno, e il 31,6% sono “medi” editori, che producono in un anno da 11 a 50 opere. I “grandi editori”, con una produzione libraria superiore alle 50 opere annue, rappresentano il 13,6% degli operatori attivi nel settore e pubblicano più di tre quarti (76,1%) dei titoli sul mercato, producendo quasi l’86% delle copie stampate.”

Nessun accenno al self-publishing. Eppure basterebbe frequentare i gruppi da migliaia di membri sui social per rendersi conto della portata (anche economica) del fenomeno.

Sia chiaro, non sto dicendo che gli italiani siano un popolo di lettori in incognito. Leggiamo poco, è vero. Che scriviamo troppo non mi sento di dirlo, se non altro perché riconosco agli altri il diritto che rivendico per me: raccontare storie a chi abbia la voglia di ascoltarle/leggerle. E questo mi porta a tentare un’analisi del momento che stiamo vivendo. Le librerie chiudono (e no, la colpa non è di Amazon), ma le fiere del libro proliferano. Gli italiani non leggono, ma i blog e le pagine sui social dedicate al commento, alle recensioni, alle segnalazioni di libri fioriscono rigogliosi. I libri non vendono, ma le CE mettono in cantiere serie infinite che garantiscono fidelizzazione dei lettori. I quali obbediscono compatti. Per non parlare, ancora una volta, di autrici e autori self che producono anche un titolo al mese. Cito ancora Francesco Giubilei: “… pubblicare libri per se stessi e pochi intimi senza essere in grado di incidere nella storia della cultura italiana e nel dibattito pubblico.”

Ecco. Raccontare storie, perché di questo stiamo parlando, incide sicuramente nella cultura. Ma nel tempo. Se si esclude la Bibbia, tutti i libri nascono dallo scopo di intrattenere, divertire, distrarre. E credo sia esattamente questo che sta venendo a mancare. Perché la nostra epoca intrattiene, diverte e distrae in altri modi. Più comodi, più passivi. Fruire una storia da uno schermo toglie allo spettatore qualsiasi impegno o responsabilità. Leggere implica l’utilizzo di altre aree cerebrali, obbliga a immaginare, a creare, a fornire voci, volti. Gli italiani (non credo siano i soli, ma di sicuro brillano per pigrizia mentale) per leggere, leggono. Provate a immaginare di mettere in fila tutti i post di Facebook e otterrete un tomo da far impallidire la Recherche di Proust e l’Ulisse di Joyce insieme. Ma non ci sono vicende da seguire e immagazzinare. Leggo, commento, cancello e passo oltre. Una fruizione “usa e getta” che influisce anche su certo tipo di narrativa di intrattenimento odierna.

Come se ne esce? Non certo ponendo limiti di pubblicazione e restringendo i cataloghi delle case editrici. Magari si potrebbe smetterla di far sentire lettori di serie B quelli che non sollevano il sopracciglio davanti al “fenomeno editoriale” di turno. Magari si potrebbe evitare di liquidare lo scrittore o la scrittrice da milioni di copie come “fenomeno di mercato”, costruito a tavolino. Perché se fosse possibile creare a tavolino un best seller, tutti i libri lo diventerebbero. Se esistono, ed esistono, pagine in grado di catturare il lettore, rispettiamo questa capacità di intrattenimento.  Gente come Dickens, Dumas, Hugo, Verne, Scott, Conan Doyle, Stoker, Poe da lì sono partiti. Dallo scopo principale di ogni libro: raccontare una bella storia al lettore. E fargliene sentire la mancanza quando è finita.

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