Lezioni d’amore

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Recensione di Il mio cane del Klondike, di Romana Petri (Neri Pozza 2017)
di Sonia Carboncini

A poco più di un anno dal successo di Le serenate del Ciclone (Neri Pozza 2015) Romana Petri torna in libreria con un nuovo titolo, Il mio cane del Klondike, per lo stesso editore. E fa di nuovo centro. Anzi sembra quasi che, doppiato il passaggio difficile di raccontare la vita del padre e il grande vuoto lasciato dalla sua morte prematura e inaspettata, l’autrice dia finalmente sfogo a tutto quel dolore e quell’amore, senza doversi autocontrollare.
E lo fa per interposta persona, tramite un ciclone di altra natura: un grande cane “araldico”, nero come la notte, selvaggio come l’inospitale natura del Klondike, viscerale e possessivo come solo ai cani è dato di essere quando sono scelti e scelgono.
Sbaglierò, ma a mio avviso, anche se la storia è narrata da una persona che ama i cani e ne ha esperienza, qui si tratta di un discorso generale sull’amore, sulla fiducia, il tradimento, la maternità, la famiglia. Non è un caso che i cani entrino sempre nella nostra vita quando ci sentiamo soli, feriti o vulnerabili.


In questa storia la protagonista s’imbatte casualmente in un cane abbandonato, malmesso, disidratato e pieno di zecche e per pietà lo accoglie in casa; ma in verità, contrariamente alle apparenze, è il cane a prendersi cura di lei. Le ferite della donna, insegnante precaria e sola, non sono visibili, ma non per questo meno profonde. Perché il cane Osac (anagramma di Caos) di nome, e Trofìc di cognome,rappresenti la salvezza per la sua padrona, pur devastandole la casa, rendendole impossibile la vita sociale, guastandole le vacanze e costringendola a corvée di pulizie che rasentano il masochismo: questo è l’enigma di fronte al quale Petri mette il lettore, che viene continuamente chiamato in causa, come complice amante dei cani, o come giudice. Come se l’autrice volesse suggerire qualcosa o indirizzare il lettore verso le sue stesse conclusioni. Perché lo ripete più volte lei stessa: se il lettore l’ha seguita fino a quel punto, vuol dire che la comprende.
Adesso scriverò qualcosa su cui forse Petri dissentirà, ma le opere letterarie esistono anche per essere interpretate e a volte addirittura spiegate al loro stesso autore. Quando si arriva a un tale risultato, siamo di fronte a libri importanti. Avete presente il magnifico film di Tornatore Una pura formalità? Ebbene, Il mio cane del Klondike me l’ha fatto tornare in mente. Non si tratta di una narrazione, ma di una confessione, la voce narrante confessa le circostanze di un misfatto ex post, della “mignottata” di cui si parlerà nell’ultima parte del romanzo. La protagonista ha imparato ad amare da Osac, apparso in un momento cruciale della sua vita e con lui ha sviluppato ed esercitato quelle capacità e virtù che le saranno utili per la fase successiva. Ma il risultato di quelle lezioni d’amore l’allontanerà irrevocabilmente da lui, la costringerà a delle scelte che scateneranno terribili sensi di colpa e forse (ma questa è una mia interpretazione) anche un atto a metà tra la mimesi e l’autolesionismo.


Non mi piace raccontare la trama di un libro quando lo recensisco, cerco solo di offrire degli spunti interpretativi e delle valutazioni che incuriosiscano il lettore senza privarlo del piacere di fare le sue scoperte. Aggiungerò solo che Osac assurge, come Buck di Il Richiamo della foresta, alla dignità di un vero personaggio letterario, il protagonista della storia, l’unico con un vero nome e addirittura cognome, mentre le altre figure sono indefinite (Tesoro, citto, fratello, madre) come i comprimari di una tragedia greca. Un personaggio che si esprime con una sua lingua priva di vocali, a mezzo tra l’ululato e il rutto nella realtà e in una koiné di tre dialetti nell’immaginario della scrittrice.
La scrittura di Petri è sciolta, irruente, immaginifica e avvincente: pare configurare i contorni della grande bestia che descrive e correre con lei sul greppo delle nostre più profonde emozioni

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