Monica Lombardi si confessa…

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MONICA LOMBARDI PER SITO EWWA

Sono onorata di avere come graditissima ospite Monica Lombardi, autrice di Romantic Suspense che amo in maniera viscerale.

Grazie per essere qui con i miei / tuoi lettori. So che sei “di consegna” per “FREE FALL”, che uscirà a dicembre. Riesci ancora a emozionarti, dopo tanti libri?

Assolutamente sì! Se una storia, una scena, un brano non emozionasse me per prima, credo che non riuscirebbe a emozionare neanche i lettori. Spero di non smettere mai di emozionarmi – e di divertirmi – quando scrivo.

“Vertigo” ha dato il via a una nuova serie. Mi sembra che la risposta dei lettori sia stata positiva, tanto da spingerti e rivedere il progetto iniziale di una trilogia. È vero?

La risposta dei lettori alla nuova serie è fantastica e mi riempie ogni giorno di gioia. Ma non è stata quella che mi ha fatto pensare di aggiungere un altro episodio. Il motivo ha un nome e un cognome: Paul Hogan. Nel momento stesso in cui Hogan è entrato in scena, prima in Afghanistan ma soprattutto a Dubai, quando interagisce con il Team, ho pensato: voglio che sia lui, il mio prossimo protagonista. Posso dirlo? È un figo pazzesco 😉 Le novelle (ebbene sì, ce ne sarà un’altra) sono nate invece per esplorare dei momenti rimasti “inespressi” nei romanzi principali. La seconda, quella che si collocherà tra il secondo e il terzo romanzo, presenterà anche un (spero bel) colpo di scena.

Il genere Romantic Suspense è stato finalmente sdoganato anche nel nostro Paese, sempre lento ad accogliere le novità, soprattutto quando sono presentate da autori nostrani. Nel mondo anglosassone, questo genere è amatissimo. Io lo adoro. Hai trovato difficoltà, quando hai proposto Mike Summers all’editore?

In realtà no, perché al tempo né io ne lei (era una donna) eravamo consapevoli che Mike Summers fosse un “romantic suspense”. Era il 2008 e non conoscevo ancora questa “etichetta”. A lei è piaciuta la storia e basta.

Rimango sul RS con un’altra domanda. Credo che questo sia un genere che “accontenta” lettori e lettrici. Hai un riscontro personale su questa affermazione?

Me ne vengono in mente almeno due. Quando mio marito leggeva i romanzi di Mike Summers, prima della pubblicazione, diceva sempre che le pagine più “belle”, quelle in cui passava più emozione, erano quelle dedicate al rapporto tra Mike e Julia. Il secondo esempio è quello di un mio amico che, la sera in cui presentai Labirinto ad Aosta, stava finendo di leggere Scatole cinesi. Sua moglie mi disse: “è in ansia, dice che mancano trenta pagine e loro due non hanno ancora quagliato, si chiede se accadrà prima della fine del romanzo oppure no!” Non gliene fregava niente di scoprire l’assassino! Voleva sapere se Mike e Julia sarebbero finiti insieme! A volte diamo per scontato che agli uomini non interessi il sentimento o la storia d’amore. Non è così. Per non parlare poi degli uomini particolarmente aperti (pochi, forse, ma ce ne sono), che leggono volentieri romance – penso al lettore che Polly ha intervistato tempo fa. Ma a parte questa minoranza, come dici tu credo anch’io che il romantic suspense abbia il potenziale per “acchiappare” più maschi.

Un passo indietro, a Mike Summers. Cosa hai provato, quando hai lasciato un personaggio così amato? Il vostro è stato un addio doloroso? Io avrei pianto tutte le mie lacrime…

Non gli ho ancora detto addio, in realtà. Ho sempre in mente di scrivere il libro dedicato a Paula Wellman, che in realtà sarebbe più uno spin-off della serie, ho già l’idea di base e l’ambientazione: Alaska. Ma chissà, forse tornerò ancora a scrivere di Mike e Julia, Alex e Billy. Chissà quante ne sta combinando Billy, mi immagino un Alex infuriato per metà del tempo.

Sono una tua lettrice affezionata. E sono lieta di vedere che il rapporto con i lettori è parte integrante del tuo lavoro di scrittrice. È capitato? O è stata una tua scelta precisa?

È stata una conseguenza della mia presenza sulla rete, sui social, Facebook soprattutto. Tramite la rete ho conosciuto molte persone che ora sono parte della mia “vita reale”, le ho incontrate, ci sentiamo, ci vediamo, con alcune di più con altre meno a seconda della distanza. La rete mi ha regalato ottimi, ottimi amici. Ed è diventata un modo ideale per entrare in contatto anche con i lettori, che spesso poi finiscono con il diventano amici. È un meccanismo fantastico. Per un autore è una gioia immensa, sapere che qualcuno sta leggendo e amando un suo libro. Un tempo gli autori ricevevano, credo, lettere. Ora la rete rende possibile un’interazione più immediata e “di gruppo”. Diventa tutto più veloce e divertente.

Trovo interessante l’abitudine di “tenere al corrente” i lettori della genesi dei tuoi romanzi. Quelle che io chiamo “pilloline” e che non sono altro che citazioni, catturano l’attenzione dei futuri lettori. Sono degli antipasti, degli stuzzichini. Che commenti ricevi? E da questi hai mai ricavato spunti, che magari ti hanno fatto proseguire il romanzo su un altro binario?

Il punto è che scrivere una storia è un’attività solitaria, per forza di cose. Ma è anche spesso un’attività che ti dà fortissime emozioni. Le pilloline, come le chiami tu, sono un modo per condividere queste emozioni, che diventano incontenibili allora le devi comunicare, anche prima che il libro esca, quando ci stai lavorando. Immagino che chi capita sul mio gruppo senza conoscere me o quello che scrivo possa pensare che io sia un’esaltata o un’egocentrica. Ma sono fortunata: quando condivido queste “pillole”, questi momenti, c’è sempre qualcuno pronto a darmi il cinque, a scherzare o esaltarsi con me. Ho lettrici fantastiche anche in questo. Ogni tanto dico loro “dovete pigliarmi così come sono”, inquinamento anglofono compreso. E loro lo fanno. Sono incredibili. Quanto al cambiare binario, no, di solito non succede. La strada è davanti a me ed è quella, sono io che, come autrice, conosco il percorso che mi sono lasciata alle spalle e, ai bivi, devo decidere dove andare . Ma è capitato che i commenti a un romanzo mi facessero capire il potenziale di un personaggio o di una svolta della storia per il successivo. Un esempio? Deborah, la sorella di Digger. Accennata quasi per caso in Vertigo, alcuni commenti delle lettrici mi hanno fatto capire quanto fosse intrigante, già in quei piccoli accenni. E Deborah sarà… no, mi sa che non lo posso ancora dire, dovrete prima leggere Free fall.

Ho visto (e apprezzato) le tue ricerche di immagini e musiche da cui trai ispirazione per le tue storie. I tuoi romanzi nascono sempre a tavolino, oppure hai delle ispirazioni improvvise, come dei lampi di luce che ti colpiscono?

Lampi, brividi, momenti, frasi. Hai presente il giochino in cui devi unire i puntini, sulla Settimana Enigmistica? Si chiama La Pista Cifrata, giusto? Ecco, il lavoro a tavolino c’è, ma è quello di unire questi lampi, brividi, momenti e frasi per creare l’immagine finale, la storia completa. Come tutte le attività creative e artistiche, anche la scrittura è una combinazione di estro e tecnica, cuore e testa. Prima parlavi di Mike Summers: l’idea di Labirinto mi è venuta ascoltando il brano Labyrinth di Elisa, per questo due versi della canzone compaiono all’inizio del libro.

I tuoi personaggi maschili sono alpha senza se e senza ma. Eppure, non li vediamo monolitici, nelle storie cambiano, soprattutto quando incontrano “lei”. Quanto di diverte costruire questi rapporti amorosi?

Un sacco! In realtà, credo – dimmi anche tu se sei d’accordo – di riuscire a presentare personaggi maschili abbastanza diversi tra loro. Mike Summers è diverso dal suo amico Alex Newman. Buck è diverso da Jet, Digger e GD sono di un’altra pasta ancora. Non mi piace ripetere sempre la stessa tipologia di personaggio. Mi annoierei a morte. Nel rapporto amoroso, comunque, se ci fai caso spesso cambiano entrambi. Anche la donna. Nicole Kelly ne è il perfetto esempio. Chi ha più paura, tra lei e Jet?

Le tue protagoniste sono donne belle, intelligenti, volitive, intraprendenti. Nessuna di loro si aspetta di essere salvata dal principe azzurro. Ti immedesimi in loro? Io come lettrici moltissimo.

Forse, non lo so. Mi piace potermi appoggiare a un uomo, potergli chiedere consiglio o avere da lui conforto, ma ho una forte personalità e non ho mai avuto problemi, neanche quando ero più giovane, a dire la mia. Il che non sempre è un vantaggio 😉 Forse trasferisco questo, ai miei personaggi femminili. Anche come lettrice, detesto le donne poco intelligenti (le famose TSTL, too stupid to live), incoerenti e che sono attratte da un alpha “padrone”. Mi piacciono i rapporti “tra pari”.

Il personaggio che amo di più in assoluto, della serie “GD Team”, è David Langdon, il Grande David. So che ci sarà un romanzo tutto per lui. Dopo “Free Fall”? Dimmi di sì, ti prego…

No. (ride) Il suo avrebbe dovuto essere il terzo libro della serie. Il problema, come dicevamo sopra, è che la trilogia è diventata una quadrilogia, e voglio che il libro su GD sia quello conclusivo – almeno di questa “prima parabola” del team, chi può dire che cosa succederà dopo? Quindi temo che dovrai aspettare ancora un romanzo. Spero che Paul Hogan sarà un “riempitivo” all’altezza.

Un’ultima domanda. Scrivere è sempre una gioia? O qualche volta diventa un lavoro ingrato? Hai momenti in cui butteresti dalla finestra il romanzo che stai scrivendo?

Quando mi sveglio e penso “oggi posso scrivere” (non è scontato, ho ancora anche “un altro lavoro”) sono felice, so che sarà una bella giornata, questa immagino sia già una risposta alla tua domanda. Ma la storia non finisce qui. Ci sono momenti in cui soffri, scrivendo. A volte perché ti manca il tempo per portare avanti una storia con la continuità che vorresti, altre volte semplicemente perché sei in un “punto difficile” e temi che non verrà come lo vorresti. In questo senso il feedback delle mie beta, che leggono in progress, è fondamentale. Se loro dicono che “funziona”, già mi rilasso. Poi ci sono gli snodi difficili, le idee smart che ti auguri arrivino quando ne avrai bisogno, senza farsi aspettare troppo, l’ansia da prestazione quando sai che tutti stanno aspettando la storia di un certo personaggio (ogni riferimento è puramente casuale). Potremmo dire che scrivere è una gioia, in generale, ma i singoli momenti della scrittura si colorano poi anche di emozioni diverse, che possono includere anche brevi picchi di panico e angoscia e un po’ di sana insicurezza che ti aiuta a rimanere con i piedi per terra. Il blocco della pagina bianca invece l’ho superato buttando sempre giù delle idee, nel file su cui sto lavorando. C’è sempre “qualcosa” oltre il punto della storia in cui sono, che sia un dialogo abbozzato, il riassunto di una scena, due opzioni tra cui scegliere… Guai ad avere la pagina bianca, dopo l’ultima parola digitata!

Grazie, Monica. Aspetto con ansia “Free Fall”, allora.

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