Personaggi seriali

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di Maria Masella

Chi legge “tanto” si affeziona ai personaggi, d’altra parte chi si affeziona ai personaggi cerca tutte le storie in cui vivono e rischia di leggere “tanto”.
Scrivo noir e romance (sempre meno), leggo entrambi (e non solo) e ho il brutto vizio di riflettere. Per chiarire, scrivo di getto e senza riflettere, ma poi mi fermo a pensare sulle Caratteristiche dei miei lavori; leggo da lettrice vorace ma due o tre riflessioni non riesco a evitarle.
C’è una differenza fondamentale nei personaggi principali di un noir e di un romance: è una conseguenza dell’obiettivo della storia, del “patto implicito” fra chi scrive e chi legge.

Nel noir è l’obiettivo è l’individuazione di un colpevole e/o di un movente, mentre nel romance è il lieto fine di un rapporto amoroso.
Costruire più romance con un medesimo personaggio principale è violare il patto. Ricordo ancora le proteste di alcune lettrici perché nel bel ciclo della Melville, i Tourangeau, sia François sia Marcel avevano nuovi amori, per non parlare della protagonista del primo romanzo che lascia il suo primo amore, da adolescente, per un altro uomo, più maturo e tormentato.

Cosa funziona bene nei cicli romance? Piacciono le storie in cui personaggi secondari di una storia diventano principali in un’altra: in pratica l’autore costruisce un mondo abbastanza chiuso e punta i riflettori su un personaggio per volta facendo entrare in scena il nuovo partner. Il ciclo della Balogh dedicata ai Bedwyn ha questa struttura, come quelli della Ciuffi, i Bawden e i Bautère. Quale è il rischio? Che gli ultimi romanzi ormai vivano degli avanzi dei precedenti; leggendoli ci si accorge che più del cinquanta per cento delle dinamiche sono note: l’autore mette in scena un nucleo famigliare o un gruppo di amici-amiche e poco per volta “accasa” tutti.
Dopo tre o quattro sono ripetitivi: i primi Badwyn sono piacevoli, come i primi di Susan Elizabeth Phillips dedicati al football, mentre gli ultimi sono noiosi.

Completamente diversa la situazione del noir. Se il lettore di romance non perdona al personaggio principale nuovi amori a raffica, è molto gradito l’investigatore seriale, professionista o dilettante, perché ogni indagine è nuova e non viola il patto implicito.
In pratica ho imparato a leggere sui Perry Mason, Gialli Mondadori. Mi sono perfezionata su Nero Wolf e su OS117, quello “vero” di Jean Bruce. Poi l’87° distretto! Maigret e Camilleri…
Ho dimenticato Duca Lamberti di Scerbanenco!
Tutti romanzi con personaggi seriali. Non tutti uguali e non parlo delle qualità letterarie.

In alcuni il personaggio principale resta identico, forse invecchia, ma in modo impercettibile. In altri passano gli anni e si sente.
Eppure piacciono entrambe le tipologie.
Ho provato a chiedermi il motivo di questo amore per i personaggi seriali nei gialli classici, nei noir e nei thriller.
Il lettore “forte” è insieme curioso e abitudinario: sì, ha bisogno di storie nuove, ma ritrovarvi qualcosa di noto è “mettersi comodo dopo una giornata faticosa”.
Il noir con protagonista seriale centra il bersaglio, se rispetta alcuni requisiti.

Comincio da quello che sembra il meno importante: non lasciamolo solo, non lasciamola sola! Sono necessari alcuni personaggi di contorno, più o meno importanti, a volte presenti e altre assenti, ma noti. Con loro il personaggio seriale interagisce in modo “abbastanza” prevedibile all’interno di una storia nuova.
(Perché ho messo “abbastanza” e non abbastanza? Perché è soprattutto su questo dettaglio che divergono le due tipologie di personaggi seriali, i sempre uguali e quelli che si evolvono.
È molto difficile spiegarlo, ma provo. Sono sempre stata convinta, da persona ancora prima che da scrittrice, che il modo migliore per conoscere un essere umano sia vedere come interagisce con gli altri.

Prendiamo Perry Mason e il suo gruppo fisso: ci sono cambiamenti nei loro rapporti? No.
Prendiamo la squadra di McBain: cambiano, poco per volta, ma cambiano.)
Quindi il primo punto per un buon personaggio seriale è mettergli accanto dei comprimari, perché leggere come interagisce con loro permetterà al lettore di conoscerlo, scoprendo come ragiona, cosa lo emoziona e cosa teme.

Altro elemento per facilitare l’affezione del lettore: l’ambientazione costante.
Sento voci di protesta: James Bond! Le ambientazioni erano diverse in ogni romanzo! Sicuri? Belle donne, ristoranti e hotel extralusso, luoghi esotici. Chi prendeva un Bond sapeva che dopo il vicolo oscuro presto sarebbe arrivato il Ritz.

Al lettore piace ritornare nei luoghi già noti, vedendoli da una angolazione diversa: ogni Maigret mostra Parigi in una nuova luce e così fa Montalbano con la Sicilia. Che poi quella Parigi e quella Sicilia siano vere è un altro discorso. Sì, il lettore che ama i personaggi seriali è Claude Monet che non si stanca di dipingere le ninfee, perché ogni volta la luce le rende diverse pur restando uguali. Il rapporto fra il protagonista seriale e l’ambiente in cui vive è importante: l’ambiente non è soltanto un fondale dipinto. Devo averlo già scritto in varie occasioni.
Comprimari, ambientazione… E del protagonista ancora nulla?
Proprio nulla non direi: interagisce con i comprimari ed è immerso in un ambiente, tipo “brodo di coltura”.
Vestiamolo, anche se alcune volte non ci dispiacerebbe lasciarlo ignudo.

Le caratteristiche fisiche, il modo di muoversi, le abitudini, la scelta delle parole e delle pause aiutano il lettore a fidelizzarsi con il personaggio. Ma poco per volta. Devo averlo già scritto, ma lo ripeto: un personaggio deve essere una persona che il lettore incontra e scopre poco per volta.
Nel personaggio seriale, soprattutto se è uno che si evolve (il mio tipo preferito), in ogni romanzo si deve approfondire qualcosa su di lui, chiarire un lato oscuro e insieme costruire una nuova ombra. Ed è qui che servono comprimari, ambientazione, attrezzi di scena (abiti, abitudini, vezzi…).

Personaggio seriale e quindi costruzione di una serie: come organizzarla?
Mi piace scrivere serie in cui i personaggi non restano sempre identici e quindi parlerò di queste.
1) Ogni romanzo deve essere autoconclusivo.
2) È necessaria una trama secondaria, possibilmente non legata a un crimine, che resti non del tutto risolta e che invogli il lettore a leggere il romanzo successivo.
3) Due trame secondarie sono meglio di una.

Nella serie Mariani ho usato come trame secondarie il rapporto con la moglie (tumultuoso nei primi romanzi) e quello con il suo superiore Serra. Ma progressivamente ho messo in luce il rapporto con gli altri: da Iachino alla Petri, da Bareto ad Anselmi. In ogni romanzo il rapporto con un comprimario si evolve.
Dai commenti dei lettori immagino che sia una buona scelta.
Il problema vero è che non è una scelta.
Non si decide a freddo: “approfondiamo il rapporto con la Petri”. Succede scrivendo.

A monte c’è un problema ancora più vero. Non si decide a freddo di scrivere una serie noir con il protagonista così e cosà. Si scrive un romanzo e poi viene voglia di scriverne un altro con lo stesso personaggio. Intanto il personaggio si evolve, acquista carne.
È bello scrivere con un personaggio seriale, è ritrovare un amico, è anche sapere che la nuova avventura è attesa.
È terribile scrivere con un personaggio seriale: ogni volta inventare un intreccio che non sia copia dei precedenti (non li ricordi!), cercare di non uccidere sempre nello stesso modo (ho sparato, avvelenato, soffocato, accoltellato, annegato, colpito con corpi contundenti…).

Ma il problema peggiore è quando ti viene in mente un intreccio interessante e con il tuo solito personaggio seriale non funziona. Devi creare un personaggio nuovo, diverso. Ti senti adultera. Se poi diventa un nuovo personaggio seriale, temi una denuncia per bigamia.
Notate che non ho parlato di aspetto fisico (ampie spalle, addominali scolpiti, occhi di zaffiro…). Conta poco.

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