Farfalle e Destino – prima parte

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Una chiacchierata con Sonia Carboncini sul suo romanzo“Le Farfalle di Kerguélen”

di Anna Bertini

Leggere il romanzo “Le Farfalle di Kerguélen” di Sonia Carboncini è stato un piacere. Prima di tutto perché la storia mi ha appassionata e presa nelle sue spire, così da farmi sentire la necessità di proseguire nella lettura. E questo non capita spesso, non coi romanzi main-stream che girano per le librerie, di rado anche con quelli che leggo per recensire. Ho scoperto quindi una bella storia e una bella penna. Leggere “bene”mi da sempre energia, motivazione: le cose mediocri mi fanno passare la voglia di fare questo mestiere, le cose belle mi mettono entusiasmo e danno senso allo scrivere, quindi ringrazio Sonia. Nella mia vita come nella mia scrittura ci sono delle “vicinanze” con Sonia, ma sono qualcosa di estremamente tabucchiano, nel senso di surreale e incongruo. Ci siamo sfiorate e mancate tante volte, girando intorno alle stesse esperienze e agli stessi amori, in un gioco di destini incrociati e di occasioni sfumate di incontro, un incontro che si è realizzato solo di recente.
Entrambe legate sicuramente allo scrittore toscano, anche se con sfumature diverse: lei che guarda al Tabucchi di Sostiene Pereira, dell’impegno sociale e etico, io a quello delle scritture brevi, dello sguardo sbieco sulla realtà e dei percorsi che si rivelano poco a poco.

Partiamo intanto dalle Farfalle che danno il nome al libro, quelle di Kerguélen. Sonia, tu sottolinei più volte in seno al libro che questo è popolato da individui resilienti. Il simbolo di questa possibilità di resistenza a condizioni avverse, che diventa mutazione di adattamento, sono le Farfalle di Kerguélen. Ci vuoi parlare di questa specie?

Come mi è già capitato di raccontare, io non invento niente. Sono le possibilità insite in una storia a portarmi a scoprire dettagli e frammenti di altre storie che si concatenano tra di loro, come i grani in un rosario, e mi conducono a scoperte a volte straordinarie. Così, indagando in materiali d’archivio e libri, ho scoperto l’esistenza di questo arcipelago nei territori d’oltremare francesi ai limiti dell’Antartide, dove il clima è estremamente inospitale, a causa dei venti gelidi che le percuotono tutto l’anno a velocità oltre i 100 km orari. Tra gli scienziati di fine Ottocento e inizio Novecento, queste isole destarono un certo scalpore per la totale assenza di animali e insetti volatori, tra i quali una specie di farfalle che dimostrava una involuzione e atrofizzazione delle ali (Embryonopsishalticella). Uno scienziato teorico del franchismo, durante la dittatura spagnola, definito “il Mengele spagnolo”, in uno dei suoi libri più famosi in cui si teorizzava l’eugenetica scrive una frase agghiacciante: “Alla donna l’intelligenza si atrofizza come succede alle ali delle farfalle dell’isola di Kerguélen, giacché la sua missione nel mondo non consiste nel lottare per la vita, ma nell’accudire la prole di chi deve lottare al posto suo” (EugenesiadelaHispanidad y regeneración de de la razza, 1937).
Quando ho letto questa frase ho capito che la storia mi si sviluppava da sola tra le mani e che la metafora delle farfalle spiegava bene non solo il tema del furto dei bambini, ma anche la condizione delle terre di confine, della periferia rispetto a un centro predatorio e tirannico.

La protagonista della tua storia si chiama Isabel, come il personaggio-ossessione che torna in molta della produzione di Antonio Tabucchi. È una citazione voluta?

Forse sì, inconsapevolmente. I nomi dei miei personaggi non sono mai casuali. Isabel mi si è imposto in un certo qual modo anche perché è un nome esemplare spagnolo, incarna l’ispanicità, l’hispanidad di cui parlava il Mengele spagnolo, un modello culturale esportato e quindi spurio, falso, come tutto ciò che riguarda la protagonista prima della scoperta delle sue vere origini.

In questa storia c’è una presenza “spiritica”, San Borodón, una terra anelata, ma che sfugge alla vista, una terra in mezzo al mare, il mare che è un altro dei grandi “personaggi” del libro. Vuoi parlarci di questo simbolo?

Nel mio romanzo ci sono alcuni personaggi inanimati, soprattutto perché io non credo all’esistenza di cose inanimate. Tutto parla, ci parla. Le case ci raccontano le persone che vi abitano dentro, le case abbandonate rappresentano vite spezzate e leggere l’abbandono ci restituisce una storia. Per rispondere a questa domanda devo porre a voi una domanda. Cosa significa la parola mondo? Etimologicamente mundus significa “netto, pulito, ornato” ed è ciò che si addobba e si propone al nostro sguardo esattamente come l’analogo kosmos greco. Ciascuno di noi si muove all’interno di un mondo che è il suo modo di vedere le cose, l’insieme di storie, credenze, leggende. Gli isolani, vivendo in realtà appunto isolate, arredano il loro mondo in modo particolarmente intenso. Nell’arcipelago delle Canarie è molto viva la leggenda dell’isola di San Borondón, una terra a ovest dell’arcipelago presente in tutte le antiche carte, da Tolomeo a Mercatore e anche oltre, nominata da Colombo nel suo diario di bordo e da molti altri marinai e navigatori. Prende il nome dal monaco irlandese Brandano che nel VI secolo d.C. sbarcò insieme ai confratelli sul dorso di una balena, credendolo un’isola. Alle Canarie San Borondón è una cosa molto seria: che si tratti di una fata morgana o di un fenomeno di rifrazione, non importa, la gente ci crede, la vede di tanto in tanto mostrarsi tra le nuvole, che esista o meno è irrilevante. Rappresenta un po’ l’orizzonte che si muove con noi, il limite del nostro mondo, la nostalgia di cose mai state, per dirla con Pessoa, che incarna un po’ tutta l’attesa dolorosa che è la vita nelle terre al margine, dove tutto è scontato e niente è certo. Per usare una metafora che per noi è immediata, basti pensare all’oceano come a una siepe leopardiana e a San Borondón come a ciò che ne sta al di là.

La seconda parte dell’intervista sarà online mercoledì 9 maggio.

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