Farfalle e Destino – seconda e ultima parte

0

Una chiacchierata con Sonia Carboncini sul suo romanzo“Le Farfalle di Kerguélen”

di Anna Bertini

La prima parte dell’intervista è disponibile a questo indirizzo:   http://ewwa.org/farfalle-e-destino-prima-parte/

L’appartenenza all’isola è un tema che percorre tutto il tuo romanzo, dove lo spirito “del margine del margine del mondo occidentale, dell’estremo confine acqueo d’Europa”, l’identità canaria, è uno dei protagonisti indiscussi. Parlaci di come è nata questa tua relazione viscerale con quei luoghi.

Ho avuto la fortuna di viaggiare molto nella mia vita, e oltre 10 anni fa sono approdata a La Palma con mio marito, invitati da un suo amico; prima non ero mai stata alle Canarie. La fortuna è stata che il primo approccio con l’arcipelago è avvenuto in un’isola abbastanza trascurata dal turismo, in parte per le leggi a tutela dell’ambiente che vi sono in vigore e che ne fanno un vero e proprio paradiso naturale, un po’ per la mentalità della gente che da sempre pratica una sorta di decrescita felice ante litteram, anteponendo la qualità della vita al consumismo. Quando arrivai la prima volta, Santa Cruz sembrava una piccola Avana, con il malecón, la musica cubana, i sigari, la convivialità; e in effetti i legami con Cuba e il Sud America sono strettissimi, perché intere generazioni di abitanti della Palma emigrarono a Cuba in passato, rimpatriando da anziani. Nel corso degli anni ho stretto legami di amicizia fortissimi con la gente dell’isola fino a sentirmi una di loro: in nessun luogo mi sono mai così profondamente integrata. La cosa che più amo lì è che l’attività principale della gente, oltre alla musica, è il raccontare storie, l’oralità, come si faceva una volta anche da noi nelle campagne, quando ci si riuniva intorno all’anziano. E questo deve essere il motivo per cui tanti scrittori, da Günter Grass a Cees Nooteboom per citarne solo un paio, hanno scelto o scelgono di passere lì buona parte del loro tempo.

Tu guardi alla narrativa italiana classica come genere letterario. Nel tuo stile, di sicura personalità, c’è una capacità di approfondimento, di descrizione, di aderenza al sociale, una radicamento nella cultura. Mi verrebbe da dire che la tua è scrittura primaverile, sboccia andando avanti, fiorendo intorno al tema. Non sbaglia chi dice che leggerti fa pensare alla migliore letteratura sudamericana, prolifica e immaginifica.
In questo romanzo però parti facendo dire a Concha, l’amica a cui Isabel ha lasciato i propri scritti, che questi non sono gli appunti di una scrittrice; il suo modo di narrare è quello di una persona che ha consapevolezza di come la vita sia più imprevedibile del suo racconto, più complessa. Isabel è anche una studiosa, e questo approccio sapienziale, questo amore per l’approfondimento della storia, della storia dell’arte, della geografia mondiale, trapela tra le pagine. Come ti poni tu, Sonia Carboncini, tra la scrittura che affidi al tuo personaggio e la tua in senso più ampio? Quale modello narrativo ti è più consono?

A essere sincera non seguo un modello narrativo e quello che scrivo a proposito delle memorie di Isabel corrisponde esattamente a ciò che penso a proposito della scrittura. In questo senso sono molto tabucchiana. Non ho mai frequentato una scuola di scrittura, né seguito corsi. Il mio approccio alla scrittura è per così dire esistenziale. Scrivo da quando ero piccolissima, ancor prima di andare a scuola e allora inventavo lettere che non esistevano, di un alfabeto tutto mio. Quando gli altri bambini disegnavano, io scrivevo. E appena imparato a leggere, mandavo a memoria quasi tutto, compresi i bugiardini dei medicinali, tanto che i miei genitori mi facevano esibire di fronte ai loro amici increduli. Ero una specie di fenomeno da baraccone. A me piaceva il suono di quelle parole strane e il memorizzarle mi risultava facile perché era il suono a restituirmi il senso, come nella musica. Il primo libro da adulti che ho letto è stato Il Gattopardo, a dieci anni, a 11 Delitto e Castigo. Credo di aver studiato filosofia più tardi proprio per mettere ordine in questo universo di parole, per indagarne il significato, innanzi tutto. Poi ho decifrato per anni manoscritti seicenteschi di Leibniz, soffermandomi per ore su una parola, una cancellatura, un’aggiunta, la genesi di una frase. Tutta questa gavetta, insieme alle letture, alle traduzioni e alle esperienze di vita a un certo punto è sfociato nella scrittura cosiddetta creativa, che per me è in primo luogo un modo di intrattenermi. Io mi intrattengo con le storie che mi si presentano ascoltando, osservando, raccogliendo materiale. Ho scritto e detto varie volte che lo scrittore è un ladro di vite: prende tutto ciò che serve e lo ricompone nelle storie. Scrivendo, ognuno trova il proprio stile. A me piace quello discorsivo del “relato”, del racconto nel senso di riportare, riferire. È stato proprio Tabucchi a dirmi che lo stile epistolare della narrazione a un altro attraverso appunti o lettere mi riesce bene, per questo ho usato l’espediente degli appunti di Isabel rielaborati dall’amica Concha. Poi devo dire che c’è un’affinità emotiva e caratteriale con gli scrittori latino americani e con gli scrittori delle Canarie, poco conosciuti da noi, ma straordinari. Basti pensare a Perez Galdos, di Gran Canaria, un dei più emblematici scrittori in lingua spagnola.

 Le Farfalle di Kerguélen parla di dittatura, di fascismi. È una storia di anime tormentate dal passato, di umiliazione della donna, di niños robados. Gli individui, come le farfalle di cui abbiamo parlato all’inizio, sono sempre nel vento del destino. Però è anche una storia di amicizia, e io penso che, fino all’ultimo, sia una storia di liberazione interiore. Sonia, mi piacerebbe sapere da te, con una definizione secca: di cosa parla soprattutto questa storia che annoda così tanti fili?

 Ne sono diventata consapevole in fieri, mentre scrivevo, ma credo si tratti soprattutto di una rivendicazione di diritti di umanità del singolo in generale, e delle donne in particolare, di fronte all’arbitrio di uno stato ingiusto e totalitario. È il tema di Antigone, della pietas, diventato desueto ormai, ma per il quale io rivendico un valore laico e non negoziabile, più che mai oggigiorno. E hai ragione, Anna, per me la scrittura, in qualsiasi forma, non si disgiunge mai da un impegno civile e morale. Il che non significa affatto scrivere in modo ponderoso o didascalico. Già nell’onestà dello scrivere, nella sua veridicità, consiste il suo valore morale.

L’ultima frase di Sonia mi trova perfettamente d’accordo. L’autenticità di un autore è il primo valore morale della scrittura. Nell’augurare al suo romanzo e a tutte le sue scritture una lunga strada di soddisfazioni, la ringrazio per aver risposto alle mie domande con entusiasmo e con la passionalità che la anima.

Commenti