Gli esperimenti di James Pennebaker e la scrittura terapeutica

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II° parte
di Roberta Andres

La prima parte la trovate qui

I risultati degli esperimenti analizzati nella prima parte di questo articolo entusiasmarono Pennebaker, che volle verificarne il prima possibile l’attendibilità. Scrivere dei propri traumi influisce davvero sulla salute fisica?  Attivando una serie di altri esperimenti simili, modificando di volta in volta il numero dei partecipanti e il tipo di trauma subito, ben presto Pennebaker riuscì a dimostrare che i benefici della scrittura espressiva riguardavano non soltanto la salute, ma anche la capacità di reagire al trauma e trovare una soluzione ad esso, in una spinta resiliente che portava il soggetto a reinventarsi in maniera proattiva. Così l’equipe andò avanti nello studio, coinvolgendo una cinquantina di ex impiegati che alcuni mesi prima erano stati licenziati. Come era avvenuto negli altri studi, gli autori chiesero loro di scrivere i pensieri e i sentimenti più profondi riguardo al licenziamento, per mezz’ora al giorno per cinque giorni consecutivi. A differenza degli studenti del primo gruppo di ricerca, questi uomini riferirono di sentirsi meglio ogni giorno subito dopo avere scritto.

Il risultato più interessante fu che nell’arco di tre mesi coloro che avevano partecipato al gruppo di scrittura trovarono lavoro, a parità di numero di colloqui, più facilmente rispetto alla statistica generale dell’epoca.

Dal 1983 alla fine degli anni Novanta Pennebaker e la sua equipe ha portato avanti moltissimi gruppi sperimentali, modificando di volta in volta anche le procedure, i tempi, la frequenza delle sessioni di studio, oltre che le caratteristiche dei soggetti coinvolti (studenti di college in buona salute scelti casualmente, vittime di violenza sessuale, malati di cancro, persone con disturbo di stress post-traumatico, persone in attesa di sottoporsi a una prova di ammissione universitaria, detenuti, studenti che hanno vissuto un trauma, malati di artrite o asma, disoccupati e persone in lutto).

Oltre a dimostrare i benefici della scrittura, gli esperimenti di Pennebaker hanno costantemente messo in rilievo  che i maschi tendono a ottenere esiti migliori rispetto alle femmine, probabilmente perché le donne hanno già dei propri canali di espressione delle emozioni; che di questa attività si giovano soprattutto gli alessitimici e in generale coloro che hanno, normalmente, una certa difficoltà ad esprimere le proprie emozioni.

Nel 2004 Pennebaker ha pubblicato un suo “metodo” di scrittura espressiva. La citazione che segue è tratta dal libro Opening up, dove ha tratteggiato alcuni elementi essenziali:

Le mie indicazioni sul confronto con le circostanze che vi hanno turbato derivano da numerosi esperimenti, da qualche studio di caso e dalla mia esperienza personale. Non è affatto escluso che scrivere dei vostri traumi o dei sentimenti che vi sconvolgono possa non esservi di aiuto. In tal caso, dovreste fare la parte del ricercatore nei vostri stessi confronti. Provate a cambiare argomento o metodo. Può darsi che nel vostro caso, per risolvere i vostri conflitti, funzioni qualcosa che non funzionerebbe con nessun altro. Tenendo a mente queste premesse, considerate ora le risposte ad alcune delle domande più comuni a proposito del metodo della scrittura.

Quale dovrebbe essere l’argomento della scrittura? Non è necessario scrivere dell’esperienza più traumatica della vostra vita. È più importante concentrarsi sui problemi che state vivendo al momento. Se vi pare di sognare troppo frequentemente, o di passare troppo tempo a pensare a, un episodio o un’esperienza particolare, scrivere su di esso può servire a risolverlo nella vostra mente. Analogamente, se c’è qualcosa che vorreste dire a qualcuno, ma tacete per paura di sentirvi in imbarazzo di doverne poi pagare le conseguenze, esprimetevi per iscritto.

Qualunque sia l’argomento, è essenziale esplorare sia l’esperienza oggettiva (cioè che cosa è successo) sia i vostri sentimenti in proposito. Lasciatevi andare veramente e scrivete delle vostre emozioni più profonde: che cosa provate a riguardo e perché. Scrivete ininterrottamente. Non preoccupatevi della grammatica, dell’ortografia o della struttura della frase. Se esaurite l’argomento o se a un certo punto vi sentite bloccati, non dovete fare altro che ripetere quello che avete già scritto.

Dove e quando scrivere? Scrivete ogni volta che ne avete voglia o che sentite di averne bisogno. Non credo che sia necessario scrivere sulle esperienze importanti tanto spesso. Sebbene molte persone tengano un diario che aggiornano quotidianamente, la maggior parte delle annotazioni non riguarda questioni psicologiche fondamentali. Inoltre, state attenti a non scrivere troppo. Non usate la scrittura come sostituto dell’azione o come strategia di evitamento. Essere moderati comporta regolatezza anche nella trascrizione dei propri pensieri e stati d’animo. Il luogo della scrittura dipende dalle circostanze personali. I nostri studi suggeriscono che più il luogo è eccezionale, meglio è. Cercate di trovare una stanza in cui non sarete interrotti né disturbati da rumori, immagini e odori.

Che uso fare del proprio testo? L’anonimato è importante nei nostri esperimenti. In molti casi, è bene tenere per sé ciò che si è scritto. Una volta finito di scrivere si può anche strappare e gettare via il foglio (anche se per molti è difficile farlo). Il proposito di mostrare poi a qualcuno quello che si è scritto può influire sulla vostra disposizione mentale durante la scrittura. Se sotto sotto vi piacerebbe far leggere i vostri pensieri e sentimenti più profondi alla persona amata, per esempio, nello scrivere vi rivolgereste a lei anziché a voi stessi. Per la vostra salute invece è meglio che il vostro testo sia destinato solo a voi stessi. Così non dovrete trovare ragioni o giustificazioni per adeguarvi alla prospettiva di qualcun altro.

E per chi detesta scrivere esiste un metodo alternativo? Vari studi di laboratorio hanno confrontato la scrittura con il monologo registrato. Nella maggior parte dei casi è emerso che le due strategie danno risultati analoghi, personalmente ritengo che sia un po’ meglio scrivere, dato che basta avere carta e penna e un angolo tranquillo in cui appartarsi per rivelare il proprio vissuto. Il monologo richiede un registratore e un luogo in cui si possa parlare ad alta voce. Ad ogni modo, che scegliate di scrivere o di parlare, fatelo ininterrottamente per quindici minuti al giorno.

A prescindere dal medium con cui vi trovate più a vostro agio, ricordate che per riuscire a lasciarvi andare e a rivelare i vostri lati intimi può essere necessario un certo esercizio. Se non avete mai scritto o parlato dei vostri pensieri e stati d’animo, all’inizio la cosa potrà sembrarvi abbastanza difficile o imbarazzante. In questo caso non dovete fare altro che rilassarvi ed esercitarvi. Scrivete o parlate ininterrottamente per una quantità di tempo prestabilita. Nessuno vi sta giudicando.

Cosa ci si può aspettare di provare durante e dopo la scrittura? Come è emerso in molti studi, subito dopo avere scritto ci si può sentire tristi o depressi. Questi stati d’animo passano in genere nell’arco di un’ora circa. In casi rari, possono durare uno o due giorni. La stragrande maggioranza dei soggetti volontari tuttavia riferisce di sentirsi sollevati, contenti e soddisfatti poco dopo la conclusione dello studio sulla scrittura.

L’esplorazione dei pensieri e sentimenti più reconditi non è una panacea. Se state affrontando un lutto, un divorzio, o un’altra tragedia, non vi sentirete subito meglio dopo avere scritto. Dovreste in ogni caso sentire di comprendere meglio i vostri stati d’animo, le vostre emozioni e la situazione oggettiva in cui vi trovate. In altre parole, scrivere dovrebbe permettervi di prendere un po’ le distanze dalla vostra vita e vederla più obiettivamente”  

BIBLIOGRAFIA:

  1. Lo Iacono, “Lo studio sperimentale della scrittura autobiografica: la prospettiva di James Pennebaker”, “Nuove tendenze della psicologia” n. 2, 2005.

 

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