Gli esperimenti di James Pennebaker e la scrittura terapeutica

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I° parte

  di Roberta Andres

Quando James Pennebaker, professore di psicologia presso l’Università del Texas ad Austin, comincia ad occuparsi degli effetti terapeutici della scrittura, è l’inizio degli anni Ottanta. La questione interessa scrittori, pedagogisti, psicologi, linguisti e sembra, in fondo, la scoperta dell’acqua calda: scrivere un diario, una lettera, raccontare quanto ci è successo, fa bene!

Per avere questa consapevolezza non c’è bisogno di essere scrittori o giornalisti: lo sanno anche i bambini (e maggiormente le bambine, che leggono e scrivono di più), che tengono un diario o mandano, al giorno d’oggi, messaggini compulsivi alla compagna di banco.

 Scrivere aiuta in molti sensi; per esempio, facilita una sorta di insight analogo a quello di una buona psicoterapia, portando spesso la soluzione a problemi di ogni sorta; aumenta le capacità cognitive, aiuta ad accettare serenamente le reazioni emozionali.

Lo hanno sempre saputo gli scrittori, molti dei quali hanno iniziato a farlo appunto per cercare e mantenere il proprio equilibrio; ce n’è traccia in una quantità sterminata di romanzi, poesie, diari, saggi, manuali e altri testi di tutte le epoche. In Italia e non solo, attualmente la scrittura autobiografica viene proposta come metodo di autoconoscenza, autoterapia, educazione degli adulti e promozione dell’apprendimento, nell’ambito dell’arteterapia e come strumento alternativo e complementare alla psicologia clinica, in molte facoltà universitarie.

Avrebbe senso compilare un elenco dei benefici della scrittura? Alcune forme di scrittura possono essere benefiche più di altre? A chi fa bene scrivere? E come si possono misurare e spiegare i vari benefici osservati introspettivamente?

James Pennebaker ha studiato sperimentalmente, e per primo, alcuni di questi problemi. In particolare ha analizzato i benefici quantificabili derivanti dalla stesura di testi autobiografici centrati su esperienze stressanti. La cosa forse più stupefacente è che i suoi studi hanno rivelato molto non soltanto sui benefici relativi all’umore, all’aspetto cognitivo precedentemente citato, all’equilibrio psichico, ma hanno anche dato importantissime osservazioni sui miglioramenti fisici causati dalla pratica costante della scrittura. Sul racconto preciso e puntuale dei vari esperimenti condotti ad Austin, ha scritto un approfondito articolo, di cui consiglio la lettura, lo psicologo Gabriele Lo Iacono:

 “Gli studi di Pennebaker sui benefici della scrittura, come spiega lui stesso, cominciano nel 1983 con la tesi di master della sua allieva Sandra Beall. Mentre Pennebaker all’epoca era interessato al rapporto fra scrittura e salute, la Beall era curiosa di conoscere i possibili benefici psicologici derivanti dell’espressione delle emozioni. Decisero quindi di condurre un esperimento che avrebbe soddisfatto gli interessi di entrambi: avrebbero chiesto a un gruppo di soggetti volontari – studenti universitari – di scrivere o di alcune loro esperienze traumatiche o di argomenti privi di rilevanza personale.” I partecipanti all’esperimento avrebbero così espresso le loro emozioni, raccontando anche il trauma vissuto.  Nel frattempo si sarebbero sottoposti a vari controlli medici che testassero le loro condizioni di salute.”

 La richiesta fatta ai quarantasei studenti che aderirono alla prima sperimentazione era di scrivere ininterrottamente per quindici minuti, per quattro giorni consecutivi, da soli all’interno di una stanza, in maniera del tutto anonima, seguendo questa consegna:

“Voglio che Lei, una volta chiusa la porta dello stanzino in cui verrà accompagnato, scriva continuamente dell’esperienza più sconvolgente o traumatica di tutta la sua vita. Non si preoccupi della grammatica, dell’ortografia e della struttura del periodo. Voglio che nel suo testo Lei esamini i suoi stati d’animo e i suoi pensieri più profondi in merito a tale esperienza. Può scrivere di qualunque argomento. Ma qualunque esso sia, dovrebbe trattarsi di qualcosa che l’ha colpita molto profondamente. L’ideale sarebbe se scegliesse qualcosa di cui non ha parlato con nessuno nei particolari. Ad ogni modo, è essenziale che Lei si lasci andare ed entri in contatto con quelle sue emozioni e con quei suoi pensieri più profondi. In altre parole, scriva che cosa è successo, come allora ha vissuto l’episodio e che cosa prova ora al riguardo. Infine, può scrivere di traumi diversi nel corso di ogni sessione, oppure sempre dello stesso per tutto lo studio. Ad ogni sessione, la scelta del trauma di cui scrivere spetta soltanto a lei.”

Secondo il racconto di Pennebaker  “per gli studenti, l’effetto immediato dello studio fu molto più forte di quanto i ricercatori non avrebbero mai immaginato. Molti di loro piansero mentre scrivevano. Molti riferirono di avere fatto sogni e pensieri continui, durante i quattro giorni dello studio, sugli argomenti trattati per iscritto. La cosa più significativa, tuttavia, fu che uno dopo l’altro, rivelarono gli stati d’animo più profondi e i lati più intimi. In molte storie vennero rivelate gravi tragedie umane.”
I ricercatori intervistarono i partecipanti alla fine della serie di sessioni di scrittura e si sentirono dire che, subito dopo l’attività di scrittura, i soggetti si sentivano malissimo.

 Da un punto di vista fisico, però, emerse un calo impressionante nel numero di visite per cure mediche. Dopo l’esperimento, infatti, mediamente i partecipanti si rivolsero agli ambulatori medici in una percentuale di diminuzione intorno al 50% delle visite mensili. La scrittura aveva prodotto effetti positivi su alcuni marcatori ematici della funzione immunitaria, associata con una riduzione del livello di dolore e del consumo di farmaci e, con livelli di depressione immunitaria inferiori.

 Tutti unanimemente riferirono che “il fatto di scrivere dei pensieri e dei sentimenti più profondi relativi ai propri traumi aveva indotto un miglioramento dell’umore, un atteggiamento più positivo e una salute fisica migliore.”

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