I deboli che hanno avuto la forza di non sentirsi tali

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Intervista a Monica Zapelli

di Roberta Andres

Monica Zapelli, sceneggiatrice, il 20 febbraio scorso ha ricevutonell’ambito del Premio Ewwa una menzione speciale per il lavoro svolto sui temi del femminicidio e della violenza sulle donne in ambito sociale e della comunicazione, con riferimento particolare al suo “Io ci sono”: la storia di Lucia Annibali, sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato.

Buongiorno, Monica. Vuol presentare se stessa e dire qualcosa ai lettori di Ewwa?

Lavoro come sceneggiatrice per il cinema e la televisione, ormai da molti anni. Il mio primo film è stato I cento passi, con la regia di Marco Tullio Giordana. Raccontavamo la storia di Peppino Impastato, una figura allora poco conosciuta, che adesso invece è diventata, come meritava, un punto di riferimento per chi si occupa di lotta alla mafia. Da allora cerco sempre di lavorare atemi e storie che abbiano un impatto sociale, che aiutino a riflettere sui nodi irrisolti del nostro paese.

Lei ha lavorato sia col cinema che con la televisione. Quali differenze ci sono e cosa preferisce?

Io non cerco di fare differenze quando scrivo. Cerco di lavorare con lo stesso impegno sulla profondità dei personaggi e sulla complessità della storia.

E se a volte il linguaggio televisivo, di revisione in revisione, può lasciare meno concessioni all’introspezione, ha però il grande pregio di arrivare a un pubblico amplissimo. Lea, il tv movie sulla storia di Lea Garofalo, assassinata dal marito perché lo aveva denunciato, indebolendo la sua possibilità di fare carriera nella ‘ndrangheta, in Calabria ha avuto ascolti altissimi. Ci sono state donne, che dopo averlo visto, hanno deciso di lasciare i loro mariti, coinvolti nella criminalità organizzata, per poter fare crescere i loro figli in modo diverso. Se questo film, che abbiamo scritto senza fare nessuna concessione al linguaggio televisivo, fosse andato in sala, non sarebbe accaduto, perché nessuna di queste donne lo avrebbe visto. [fotogramma sotto, NdR]

Ci parli dell’opera per cui ha avuto la menzione al Premio Ewwa.

Si intitola Io ci sono. È la storia di Lucia Annibali, un’avvocatessa di Pesaro sfregiata con l’acido dal fidanzato perché ha la “colpa” di averlo lasciato. Una storia bellissima, perché Lucia, a partire da questo terribile gesto di violenza, ha avuto la forza di reagire, di “rinascere”, oserei dire, trasformando ogni sua cicatrice in un punto di forza.

Varie tappe della sua carriera sono dedicate particolarmente al mondo femminile, quali e perché?

Ho sempre cercato di esplorare il mondo dei deboli che hanno avuto la forza di non sentirsi tali. Delle persone che, nate in una condizione di svantaggio, hanno deciso di lottare e di reagire, per cambiare non tanto o non solo il loro destino, ma anche quello di chi stava loro intorno. E certo non è un caso che molte fossero donne: Maria Montessori che lotta per essere medico e psichiatra in un mondo in cui il sapere è dominio degli uomini; Felicia Impastato che rifiuta la vendetta per la morte di suo figlio, offerta dai parenti mafiosi, e sceglie di fidarsi dello Stato; Lucia Annibali che risponde a chi la voleva annientare diventando una donna più forte e, nonostante il dolore che prova, comincia ad andare nelle scuole a parlare della sua storia, perché nessuna ragazza confonda più il non amore con l’amore; e ancora Lea Garofalo che sfida la ‘ndrangheta per far crescere sua figlia Denise libera dai ricatti della criminalità; e Renata Fonte, che difende a prezzo della vita una riserva naturale del Salento, in anni in cui il rispetto del paesaggio e dell’ambiente era fuori dall’agenda della politica.  

Le donne, dimenticate dalla storia, relegate in una dimensione spesso ancillare e marginale, sono state protagoniste di storie straordinarie, sono riuscite a sfidare il mondo e a vincere battaglie che sembravano impossibili. Non dobbiamo dimenticarcene. E riconoscere ogni giorno, nelle sfide silenziose a cui ci mette davanti la vita, la necessità di non arretrare mai e di lasciare, alle ragazze e alle donne che verranno, un mondo finalmente libero e paritario.

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