Indagini sul giallo – Prima Parte

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Grazie a Dirce Scarpello che ha redatto una cronaca attenta e puntuale  del
workshop organizzato da Ewwa a Roma  dedicato alla costruzione di un giallo,
avvalendosi dell’intervento di un nutrito gruppo  di esperti.

Locandina gialli

ROMA 11 MARZO 2017
INDAGINI SUL GIALLO
Rossana Cecchi: MEDICO LEGALE
Antonio del greco: DIRIGENTE  ITALPOL
Luigina Sgarro : MODERATRICE
Anna Maria Anselmi: AVVOCATO E CRIMINOLOGO
Massimo Lugli: CRONISTA DI NERA E SCRITTORE

La moderatrice dopo essersi presentata quale autrice di fantascienza e dunque non esperta in realtà della materia specifica ma sufficientemente curiosa per addentrarsi in questa nuova esperienza, comincia col presentare i vari ospiti relatori. Inizia da Antonio del Greco, attualmente dirigente della ITALPOL, in particolare ex dirigente generale di sezione della squadra mobile a Roma.  Il dott. Del Greco illustra la sua carriera, le sue collaborazioni negli Stati Uniti, le sue collaborazioni a fiction quali Distretto di Polizia ( il 10° tuscolano è praticamente stato girato nei loro uffici con tutti i loro mezzi messi a disposizione). Ricorda casi eclatanti di cui ha diretto le indagini, quali il caso di Johnnny lo Zingaro o er Canaro della Magliana. Da tutti questi casi,  in collaborazione con Massimo Lugli, giornalista di cronaca per trent’anni a “La Repubblica” e scrittore di best seller, è  nato il libro che era in vendita : “Città a mano armata” della Newton Compton, una via di mezzo tra cronaca e romanzo, in cui sono appunto sviscerate le indagini dei casi citati e molti altri.

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La prima domanda che viene posta dalla moderatrice è  “a cosa dobbiamo stare attenti in un romanzo giallo per riuscire a non far crollare con qualche evidente inesattezza la sospensione dell’incredulità, patto iniziale e supremo col lettore”. Il lettore si affida a noi entrando nel mondo che abbiamo progettato per lui ma ne esce immediatamente quando percepisce la falsità del tutto.

Il dott. del Greco spiega che lui non guarda molta fiction né legge molti gialli, tuttavia trova che alcune cose che in particolare si vedono in TV sono assolutamente fuori della realtà. Cita l’esempio degli interrogatori, in cui è assolutamente falso che il poliziotto conduca l’interrogatorio raccontando all’interrogato cosa è accaduto e dialogando con esso. L’investigatore farà domande brevi e per niente suggestive ( come le definisce l’avvocato , intervenendo e ribadendo che quel tipo di domande sono assolutamente vietate in interrogatorio in giudizio)e sarà l’interrogato che dovrà dire il maggior numero di cose. Da ciò che viene dichiarato dall’interrogato poi si redigerà un verbale di interrogatorio che l’interrogato dovrà controllare punto per punto e accettare.

Quindi, continua il dirigente, lui capisce che esigenze narrative implicano che per spiegare la storia al lettore o allo spettatore qualcosa di più dettagliato  si debba pur dire, ma è assolutamente assurdo pensare che sia l’investigatore che imbecchi l’interrogato con tutti i dettagli come vediamo in TV. Nella realtà infatti se un investigatore facesse così,  inevitabilmente direbbe delle inesattezze delle quali l’interrogato, rendendosene conto, potrebbe approfittare; capirebbe innanzitutto cosa l’investigatore NON SA e dunque in che maniera venirne fuori.

Altre scene assolutamente inverosimili sono molte scene di irruzione: poliziotti che entrano con arma in pugno E CARICA uno davanti all’altro, con la conseguenza che, ove accadesse qualche cosa, si sparerebbero l’uno con l’altro! Più corrette quelle scene in cui si realizza un accerchiamento.

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Tornando alla sospensione dell’incredulità, sicuramente sono eccessivi inseguimenti fantasmagorici o sparatorie tra la folla ecc.. anche se spesso la realtà supera davvero l’immaginazione. Descrive il caso che poi nel libro è quello di “Grande fuga dal cielo”. Due banditi in elicottero sequestrano il pilota di un eliambulanza e il figlio di questo di nove anni, costringono il pilota ad atterrare nel cortile di un carcere durante l’ora d’aria per far evadere due malavitosi e scappano via. Per trovare i colpevoli si partirà dalla donna di uno di loro, si troveranno i piani della evasione scritti in codice, si manderà il codice da decriptare all’ FBI… insomma una roba alla James Bond che se fosse stata scritta non avrebbe passato il vaglio dell’editor.

La seconda domanda che gli viene posta è, allora, come documentarsi per evitare di incorrere in errori di inverosimiglianza.

Del greco dice che fondamentale è la lettura dei verbali. Perché, per quanto nell’immaginario collettivo la vita dell’agente sia tutta azione e sparatorie( e sia detto per inciso la migliore indagine è quella in cui non si spara un colpo perché, se si è costretti a sparare, vuol dire che qualcosa non è andata bene nell’attività di indagine), in realtà gran parte del lavoro è in ufficio, nella trasposizione in verbali di quanto è stato fatto, verbali che al tempo stesso sono utilizzabili dall’autorità giudiziaria inquirente per orientarsi nel lavoro svolto e indispensabili per gli stessi agenti per ricavare nuove direzioni di impulso di indagine da percorrere.

Interviene Massimo Lugli che dice che, per quanto lo riguarda, lui da giornalista di nera si mette dietro un poliziotto e lo segue passo passo nelle indagini( così è nata la grande amicizia e la collaborazione poi con Del Greco per questo libro). Intervenendo sull’aspetto propriamente narrativo, pone l’attenzione sui due termini PLAUSIBILITÀ e PROBABILITÀ.

In altre parole, noi in narrativa dobbiamo ricercare la plausibilità, ciò che potrebbe essere reale. Non tutto ciò che è possibile è anche plausibile. Il caso della grande fuga dal cielo di cui sopra ne è un esempio. E al tempo stesso, quando di una certa realtà si conosce poco e si compiono dei giudizi di probabilità, ossia che è probabile ma non certo che le cose siano andate in un certo modo, seguendo un ragionamento logico deduttivo, questo ci deve bastare per la verifica della plausibilità e abbiamo un margine maggiore di libertà narrativa. Fa l’esempio di un suo romanzo in cui ha parlato della malavita filippina. Di questa si sa pochissimo. Lugli ha chiesto ai suoi amici investigatori se alcune sue ipotesi narrative fossero verosimili  e loro candidamente gli hanno risposto che, conoscendosi così poco sulla malavita filippina, poteva  trarre tutte le conclusioni che credeva. Il succo è cercare terreni poco battuti perché, se ci si mette in terreni già abbondantemente sfruttati, da un lato si è estremamente vincolati alla realtà dell’indagine e anche a quanto è stato già stato scritto, e dall’altro si rischia di essere poco originali (= interessanti).

Riprende la parola Del greco, sulle indagini. Ci tiene a far notare come l’attività di indagine sia cambiata enormemente in questi trent’anni.  Afferma con una formula efficace che prima del 1981 le indagini erano in “black and white”, ossia prive di reali strumenti scientifici. Poi sono subentrati il luminol, il dna ecc… quindi dice che dopo il 1981 le indagini sono diventate “color”. Questo da un lato è importante perché consente  agli investigatori di fare dei passi avanti che prima  erano impensabili. Consente anche di riaprire vecchie indagini (cold case), a volte con esiti positivi, vedi l’omicidio di Alberica Filo della Torre, altre con esiti purtroppo non utilizzabili, vedi il caso di via Poma, sul quale loro hanno delle precise idee (lui e la criminologa) ma non possono esporsi a rivelarcele( per motivi legali presumibilmente). Fanno accenni a quanto in questo caso più che sul DNA avrebbero dovuto concentrarsi sul morso sul seno e relativa impronta dentaria (interviene anche il medico legale). E tuttavia spesso fare un eccessivo affidamento sui mezzi scientifici fa dimenticare quanto sia importante l’indagine tradizionale. Senza contare che spesso neppure i mezzi scientifici tornano utili quando ci sono stati errori marchiani nei sopralluoghi, come contaminazioni di reperti (vedi il caso di Sollecito e Knox) ecc.

A domanda del pubblico sul fatto se sia ancora reale la rivalità tra Polizia e Carabinieri e quanto questa possa ostacolare le indagini che entrambi si trovino a fare su una stessa fattispecie, risponde del greco che la rivalità c’è, è avvertita anche tra diversi reparti della medesima organizzazione( più reparti dell’Arma, o tra diversi distretti di polizia). Carabinieri, Polizia e GDF non collaborano volentieri tra loro. Ricorda quando entrò nella DIA, che avrebbe dovuto essere una struttura interforze, che avrebbe dovuto avere la piena collaborazione di tutte le agenzie investigative,  ma di fatto venne percepita come una quarta realtà e non trovava nessuno tra Carabinieri, Polizia e gdf che fosse disposto a mettere a disposizione conoscenze e risultati di indagine già svolte.

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La parola passa adesso a ANNA MARIA ANSELMI, avvocato e criminologa da oltre trent’anni nel foro di Roma. La dottoressa si presenta ricordando che lei è una dei pochi laureati nel corso di laurea in criminologia che fu istituito a numero chiuso alla fine deli anni 80 e poi  soppresso nel 1990. Indica poi alcuni casi eclatanti di cui si è occupata e fa una panoramica degli stessi che sono molto cambiati dal 1994, quando ha incominciato a esercitare,  ad oggi. Lei ha come punto di riferimento il reo e la sua personalità a cui si deve essere capaci, nel suo mestiere, di approcciarsi senza giudicare, scendendo il più possibile  nel loro modo di pensare. Sicuramente ci sono criminali con cui è più facile “simpatizzare”, per esempio i truffatori che sono di solito persone estremamente intelligenti e anche dotate di sense of humor: spesso la loro capacità recitativa è così spiccata che si convincono loro stessi del ruolo che stanno impersonando per la truffa. E invece ci sono criminali che è piuttosto difficile difendere, gli stupratori, i pedofili ecc, tuttavia il nostro ordinamento prevede il loro diritto di difesa e la cosa migliore che comunque un avvocato criminologo possa fare è cercare di entrare nella psicologia del reo capendone i meccanismi, con le tecniche di profiling , sempre più affinate ma non certamente scienza esatta e dunque non separabili da un buon grado di intuito che il criminologo deve possedere.

La distinzione terminologica è importante. Ricorda che la Criminalistica è lo studio empirico del reato e della scena del crimine, al contrario la Criminologia, come già anticipato, studia il reo nella sua psicologia  e ha le caratteristiche di scienza, sia pure non esatta.

Riguardo al reo esistono da sempre le due teorie contrapposte. La prima è quella lombrosiana(Cesare Lombroso Verona, 6 novembre 1835 – Torino, 19 ottobre 1909) del criminale nato, che attualmente, dopo essere stata a lungo rifiutata come portatrice di pregiudizi  e priva di reale scientificità, è stata parzialmente rivalutata con l’ausilio dei moderni mezzi di diagnostica. Si osservano soprattutto al livello dei lobi prefrontali una serie di caratteristiche che farebbero propendere per un qualche fondamento a tali teorie, soccorrono poi alcuni casi pratici che dimostrano che quando ci sono lesioni in quella sede cambia completamente il carattere della persona, per lo più in senso violento. Cita un caso, supportata anche dalla anatomopatologa , la dottoressa Cecchi, in cui a un uomo era occorso un incidente per il quale un palo acuminato gli era entrato da sotto la gola ed era uscito in alto dal cranio, andando a ledere i lobi prefrontali ma non organi vitali. Dunque era stato possibile non solo salvarlo ma anche che egli riprendesse una vita più o meno normale. Tuttavia da persona estremamente tranquilla era diventato un violento pericoloso. Possiamo concludere che tra i criminali esistono sicuramente dei soggetti che continueranno a delinquere, per i quali il carcere non ha possibilità di recupero e rieducazione e spetta per lo più al criminologo effettuare questa indagine predittiva. Un caso è ad esempio Pietro Maso, il quale non ha mostrato segno alcuno di pentimento e anzi aveva pubblicamente annunciato che appena fosse uscito avrebbe “finito il lavoro”. In genere si  trae la stessa conclusione, ossia della non recuperabilità, per i pedofili o per gli stalker.

Altra considerazione che fa propendere per una certa correlazione biologica con il crimine è il fatto che statisticamente i criminali sono per la maggior parte di sesso maschile, anche se per il reato di stalker, ad esempio, esiste un certo numero di donne. Vero è che le statistiche per questo reato sono possibili solo dal 2009, anno della sua istituzione(art. 612 bis c.p.) essendo esso prima diluito in una serie di fattispecie eterogenee (molestie, percosse, minacce, ecc).

La seconda teoria, invece, propende per una rilevanza determinante alla educazione e all’ambiente nella criminogenesi. Tuttavia esistono anche dei criminali per casualità, oppure soggetti che compiono un unico delitto e che in realtà non sono pericolosi socialmente anche se quel delitto è stato commesso con le maggiori atrocità. La criminologa fa l’esempio di una donna che uccise il marito con le più brutali efferatezze perché questi era un essere spregevole che non aveva fatto altro che brutalizzarla, umiliarla e trattarla male tutta una vita. Ora, anche se le modalità erano veramente allucinanti, non sarebbe stato giusto concludere per la sua  pericolosità. Durante la confessione, la donna aveva detto che quella mattina si era alzata con il solo pensiero che  lui si sarebbe svegliato e ricominciato a parlarle umiliandola e le avrebbe usato le solite violenze: così lo aveva ucciso mentre dormiva.

Interviene il dott. DEL GRECO citando anche il caso del Canaro. Il caso è raccontato nel libro con il significativo titolo “Guardatemi , o déi, dall’ira del mansueto”. Costui indubbiamente viveva in un ambiente di criminalità ma di basso livello, uno che era servizievole con i più forti, era omertoso, si faceva i fatti suoi… insomma, in base a circostanze di tempo e luogo, gli investigatori si convincono che sia lui il responsabile di un efferato omicidio con dita mozzate, squarcio del ventre, rimozione dei testicoli…ecc ai danni di un personaggio malavitoso conosciuto come er Pugile. In pratica   “er Canaro” per sviare i sospetti si accusa di un altro reato in cui tira in ballo er  Pugile e un altro. Il fatto è che er Canaro è un tipo mansueto, tranquillo e veramente sembra assurdo sia stato lui.  Viene adottata una tattica di interrogatorio particolare.  I poliziotti affermano: “dai lasciamolo stare, non vedi che questo è un piscialletto, non sarebbe capare di far male a una mosca…“ insomma lo sviliscono e a questo punto lui addirittura cambia voce, come posseduto, e comincia a descrivere nei dettagli tutte le atrocità che ha commesso. Hanno trovato il suo punto debole. Infatti l’uomo viveva in un rapporto di soggezione estrema, quasi sadomasochistico, con er Pugile, subendo da anni angherie e vessazioni di ogni tipo. Nel libro poi si spiega qual è stato l’episodio scatenante.

Interviene l’avvocato ANSELMI, ribadendo che questo tipo di interrogatorio non sarebbe assolutamente possibile in giudizio e insieme a DEL GRECO conclude che in realtà ci sono due tipi di interrogatorio completamente diversi, che sono quello fatto durante le indagini dagli inquirenti (polizia e carabinieri) e  quello che viene effettuato in giudizio dal giudice o il controinterrogatorio  dei difensori,  che ha una serie di vincoli insuperabili, come ad esempio di non fare domande suggestive, che sono tutte quelle in cui viene suggerita una risposta o una conclusione. Non sono ammesse domande che si riferiscano a opinioni (tipo: che ne pensa di…) meno che mai quelle che hanno già in sé la risposta( è vero che il giorno 23 marzo A è andato a casa di B con una pistola?)

Le domande che chiedono una opinione sono naturalmente ammesse nei confronti dei consulenti (i CTU= consulenti tecnici d’ufficio ossia degli inquirenti oppure i consulenti di parte).

Per quanto attiene all’interrogatorio effettuato in fase di indagine dagli inquirenti (interviene DEL GRECO)c’è una maggiore elasticità ma non esiste un protocollo da seguire , all’americana, poiché esso è un’interazione sempre mutevole in base alla persona che hai di fronte. Tuttavia l’esperienza è importantissima e assistiamo spesso a marchiani errori soprattutto in provincia, dove i reati gravi e gli omicidi sono estremamente rari e i poliziotti o i carabinieri si trovano a dover fare sopralluoghi e interrogatori che non avrebbero mai immaginato di dover fare e che sono, francamente, al di sopra delle loro possibilità. Perché in realtà non esistono delitti perfetti ma solo indagini imperfette.

Sempre riportando la discussione su ciò che è narrazione e ciò che è il rapporto di essa con la realtà delle indagini e dei processi, la criminologa fa notare che, per esempio, non esistono casi in cui un criminale confessi durante un interrogatorio nel processo!  Oppure che non è affatto vero, è piuttosto l’eccezione che non la regola, che il serial killer lasci la sua c.d. firma. La verità è che il serial killer man mano che procede lascia sempre più tracce, da un lato perché non essendo stato subito scoperto diventa più spregiudicato, e quindi commette errori; per esempio può avere colpito la prima volta di sera in un posto nascosto e poi operare in posti più visibili, aumentando il rischio di essere individuato.  Inoltre nei successivi omicidi diminuisce sempre più il tempo di latenza (quello tra l’inizio di una azione omicidiaria e l’altra) e dunque le tracce si moltiplicano. L’unico caso italiano in cui effettivamente il serial killer ha lasciato il c.d. trofeo è stato quello del mostro di Firenze.

L’altra cosa da tenere sempre bene a mente, infine, è che l’omicida non si comporta mai con la vittima in un modo diverso da come si comporta nella vita reale: se è un compulsivo attuerà anche sulla scena del crimine le sue manie. Il reo interagisce con la vittima e viceversa, quindi le tracce dell’uno si troveranno sull’altra e viceversa.

La parola passa al medico legale, dott.ssa ROSSANA CECCHI, che dirige l’Istituto di medicina Legale di Parma. Innanzitutto il medico legale non esercita solo l’attività autoptica poiché la sua competenza è richiesta in molti altri casi ( infortunistica, casi di malasanità ecc), in genere tutti i casi in cui occorra un parere medico sulle cause di un determinato evento lesivo che riguarda un essere umano dal punto di vista della sua salute. Il medico legale che ha specifica competenza sull’accertamento della causa di morte è più correttamente un patologo forense. Tale professionista è chiamato innanzitutto a effettuare il grande discrimine tra le cause di morte non violenta(o naturale) e violenta. Le cause di morte violenta sono accidentale, suicidiaria, omicidiaria e iatrogena (ossia morte come conseguenza di una cura sbagliata). Altra importante branca della medicina legale collegata al crimine è la psichiatria forense, che studia la psicologia del reo, un po’ come la criminologia, ma da un punto di vista più strettamente medico, ravvisando l’esistenza di vere e proprie patologie psichiatriche laddove il criminologo utilizza invece la psicologia come scienza sociale.

La dottoressa, come coloro che l’hanno preceduta, dice di non amare i gialli e le fiction, ricorda di aver letto solo Larsson “Uomini che odiano le donne” e di aver smesso di legger gialli dopo il quarto e ultimo libro (infatti l’autore è morto). In particolare delle fiction non apprezza affatto quando vede il corpo del morto sul lettino dell’autopsia perché lei sente il cadavere, ne  percepisce l’odore, il rumore…

Tornando a una questione che si era accennata in tema di indagine, ossia di come condurre efficacemente un sopralluogo,  afferma che i medici legali stanno sollecitando le autorità competenti a rendere obbligatori dei protocolli per il sopralluogo, soprattutto finalizzati alla attività del patologo legale. Osserva che non sempre vengono chiamati  durante i sopralluoghi e quando ciò non avviene sono molto svantaggiati in sede autoptica. Intanto, quando il patologo vede il cadavere possiamo dire che inizia con esso un rapporto, una corrispondenza, un dialogo muto, perché il corpo parla e se il patologo fa bene il suo mestiere trova le risposte alle domande che gli ha fatto. Non sempre sono chiamati sul luogo del ritrovamento e magari sul posto vengono mandati agenti giovani e inesperti. Sicuramente la possibilità di fare fotografie e riprese aiuta non poco ma anche quelle devono essere fatte come si deve. Non basta ad esempio fotografare un particolare di una macchia di sangue se questa non viene poi fotografata a distanza per vedere esattamente dove è stata trovata e a che distanza dal cadavere ecc. Inoltre è importante che sia lo stesso patologo che si è recato sul posto a effettuare l’autopsia (anche se purtroppo questo a volte non succede)  sia perché è in grado di contestualizzare ciò che trova sul corpo, ricordando esattamente ciò che ha notato sulla scena del crimine, sia perché così non  fa che continuare quel dialogo muto che è iniziato quando ha avuto il primo contatto col corpo.  La dott.ssa Cecchi dice di aver scelto questa branca della medicina perché è affascinata dal corpo  umano e dalla sua perfezione e probabilmente questa è la branca della medicina che più permette di contemplarlo. Inoltre, poiché una delle cose più importanti in un caso di morte violenta è non solo l’individuazione della causa ma anche l’arco temporale in cui essa è avvenuta, è chiaro che il patologo se si è recato sul posto e ha misurato la temperatura cadaverica, può aver notato dei particolari che possono influire sulla stessa( es. temperatura della stanza, finestra aperta o chiusa, oppure all’aperto presenza o permanenza di acqua, condizioni di luce e ombra, parziale o totale seppellimento ecc)e dunque contribuire a restringere o a dilatare la finestra temporale in cui la morte può essere avvenuta. È sicuramente una finzione narrativa quella del medico legale che dice che la morte è avvenuta ad esempio tra le 12,57 e le 13,11! Le finestre temporali sono di solito piuttosto ampie e non hanno minuti precisi!

Altro problema che può presentarsi è quello della identificazione del cadavere. Questo non solo perché può non conoscersi l’identità di un cadavere intatto ma soprattutto perché spesso esso non è riconoscibile per fenomeni post mortem, ad esempio la permanenza in acqua, l’esposizione ad animali, o, nel caso di disastri di massa soprattutto, il depezzamento del cadavere. In alcuni di questi casi occorre un’altra figura professionale che è l’antropologo forense, ovvero chi studia le ossa  per risalire ad elementi abbastanza certi quali il sesso o l’età(per la determinazione dell’età si ricorrerà alla valutazione della saldatura o meno di alcune ossa. Questo può valere anche per i vivi per stabilirne l’età e l’imputabilità). È possibile, partendo dalle ossa del cranio, ricostruire la fisionomia che la persona deve aver avuto in vita. Adesso ciò avviene con sofisticati programmi computerizzati; pioniere fu Tenchini e vi è una raccolta a Parma di tali teste. Poiché esse furono ricreate a partire dal modello reale e dei crani sottostanti è possibile fare radiografia e TAC, si può saggiare l’attendibilità delle tecniche computerizzate di ricostruzione facendo gli opportuni raffronti con le teste del  Tenchini.

Un’altra incombenza del medico legale è quella di approcciare i familiari, sia quando devono semplicemente procedere all’identificazione di un cadavere, sia quando, nei disastri di massa, sono loro a dover fornire delle indicazioni di particolari o dettagli che possano contribuire ad identificare corpi o parti di corpi. Con essi bisogna essere estremamente tranquilli , dare loro il tempo di raccontare la persona da viva e mai parlarne al passato. Il DNA è di solito l’ultima cosa.

A proposito  del DNA, si accenna a eventi di epigenetica ossia eventi che alterano il DNA e si fa l’esempio di mutazioni del carattere, dovute a eventi traumatici .

La chiusura di questa prima parte è fatta da MASSIMO LUGLI che riporta il tutto in chiave narrativa e conclude ricordando che in un giallo bisogna:
non dare mai nulla per scontato (lasciare sempre un certo margine di dubbio e di ricostruzione attiva da parte del lettore);
partire dall’evento già avvenuto ma non si sa come;
disseminare un certo numero di indizi
– nel noir parlare anche dal POV del colpevole+
cercare territori nuovi, non battuti, muovendosi in quel mondo che magari non esiste ma potrebbe esistere.

Alla fine, conclude, non facciamo pura cronaca ma narrazione, finzione, quindi dobbiamo saper mediare tra realtà e fantasia.

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