Intervista: Laura Schiavini

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Diapositiva1-9Laura Schiavini è nata, vive e lavora a Trieste. Collabora con una rivista di narrativa femminile scrivendo racconti e romanzi. Per la Newton Compton ha pubblicato “A qualcuno piace dolce”, per settimane in classifica nella narrativa italiana, “Tutta colpa dello yoga”, e ha partecipato all’antologia “Baci d’estate”.

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INTERVISTA SEMISERIA:

Colore preferito. Tutte le sfumature del blu
Cibo preferito. Gnocchi, di patate non di carne
In cucina, come te la cavi? Diversamente abile
Status sentimentale. In un matrimonio complicato, non lo è sempre?
Attrice preferita. Meryl Streep
Attore preferito. Richard Gere
L’uomo che vorresti essere (per le donne) Dalai Lama.
Tornassi a nascere, uomo o donna, e perché. Uomo, per provare a stare dall’altra parte.
Serie Tv preferita. The Big Bang Theory
Genere di lettura preferito. Romanzi
Scrittore preferito. Lev Tolstoj
Musa ispiratrice. Brunella Gasperini
Genere musicale preferito. Rock
Cantante preferito. Adele
Band musicale preferita. U2
Social network: sì o no? Ni

INTERVISTA SERIA:

Perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando?
Da quando, a dieci anni, vinsi un concorso a scuola per il miglior tema in classe. Da allora presi l’abitudine di elaborare storie nella mia testa, che però restavano là, dormienti. Verso i trentacinque anni provai a farle uscire e dal quel momento in poi non hanno più smesso.

Come scrivi? Carta e penna, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?
Cosa sono le moleskine? Comunque tutto a video, senza il computer e la meravigliosa possibilità del taglia e incolla non avrei scritto tanto e probabilmente non avrei fatto della scrittura una professione.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?
Di pomeriggio, la mattina è dedicata ai vari impegni quotidiani.

Che cosa significa per te “scrivere”?
Una malattia da cui si guarisce solo scrivendo.

Ami quello che scrivi, sempre, dopo che l’hai scritto?
Più no che sì. Qualche volta mi capita di rileggermi e di pensare: ma l’ho scritto davvero io? Quindi sono brava. Ma il più delle volte vorrei correggere, limare, cancellare e rifare.

Rileggi mai i tuoi libri, dopo averli pubblicati?
Come dicevo sopra qualche volta, ma preferisco non farlo perché ci trovo un mucchio di difetti.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri?
Non molto, non sono capace di raccontare me stessa per una sorta di pudore e perché ritengo di non essere così interessante. Mi piace inventare storie e personaggi, ed essendo la loro “mamma” è inevitabile che un po’ mi assomiglino.

Quando scrivi, ti diverti, oppure soffri?
Il quaranta per cento è divertimento, il resto sofferenza.

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo?
Certamente sì, e in meglio. Scrivere tanto e confrontarsi con i professionisti del settore (editor ed editori) aiuta a padroneggiare il mestiere.

Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa?
Non è sempre facile e, paradossalmente, ci riuscivo meglio quando avevo un lavoro vero. Come dicevo, scrivo di pomeriggio, dopo aver sbrigato le incombenze quotidiane. Quando sono impegnata nell’editing di un romanzo posso andare avanti fino a notte.

La scrittura ti crea mai problemi nella vita quotidiana?
No, non credo.

Come trovi il tempo per scrivere?
Se c’è la passione il tempo si trova sempre.

Gli amici/i parenti ti sostengono, oppure ti guardano come se fossi un alieno?
Mi hanno sempre sostenuto, anche quando ero alle prime armi. Mio padre, artista eclettico, era molto orgoglioso di me e dei miei risultati, che all’epoca erano piccoli anche se significativi. Non è riuscito a vedere la mia prima pubblicazione con un editore importante, e mi piace pensare che gongoli da lassù.

Nello scrivere un romanzo, navighi a vista come insegna Cotroneo, oppure usi la scrittura architettonica, metodica consigliata invece da Bregola?
Navigo a vista, a volte nella nebbia. Per esempio, non sono mai stata capace di fare una scaletta, tranne che per il romanzo A qualcuno piace dolce.  Quando ho cominciato a pensarci si è delineato chiaramente nella mia mente, quindi l’ho buttata giù velocemente.

Quando scrivi, lo fai con costanza, come faceva Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?
In genere con costanza, ma succede che mi capitino dei blocchi oppure che non abbia voglia di mettermi al computer e trovo tutte le scuse per non farlo. Credo sia normale.

Tutti dicono che per scrivere bisogna prima leggere. Sei un lettore assiduo? Leggi tanto?
Sono più che d’accordo. Qualcuno sostiene addirittura che non si dovrebbe scrivere un romanzo prima dei quarant’anni, età in cui si ha accumulato una certa esperienza di vita. Io ho sempre letto tanto.

Quanti libri all’anno?
E chi li conta? Sul mio kobo c’è scritto: più di 800 ore di lettura…

Qual è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi, o è differente? E se sì, perché?
Mi piacciono i romanzi letterari di ampio respiro, proprio perché non credo di essere capace di scriverne uno,  i romanzi rosa, che amo sia leggere che scrivere, e non disdegno leggere qualche buon thriller. Non leggo romance storici (ad esclusione dei classici) né fantasy. E mi sono stufata degli erotici. Non che ne abbia letti molti, ma ne ho scritti parecchi.

Autori e autrici che ti rappresentano, o che ami particolarmente. Citane due italiani e due stranieri.
Brunella Gasperini e Italo Svevo. Anne Tyler e Roddy Doyle.

Di gran voga alla fine degli Anni Novanta, più recentemente messi al bando da molte polemiche in rete e non solo: cosa puoi dire dei corsi di scrittura creativa che proliferano un po’ ovunque? Sei favorevole, o contraria?
Secondo me i corsi di scrittura creativa sono utili per imparare certe tecniche. Tipo scrivere la sceneggiatura di un film, di una fiction o il testo di una commedia. Per il resto sono d’accordo con Woody Allen che dice: o sai scrivere o non sai scrivere.

Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che prediligi e senti più tuo? Se sì, qual è? Vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato scriverlo?
Non è facile… comunque “La fortuna è un talento”. Lo scrissi quando riuscivo a pubblicare solo romanzi erotici, sotto pseudonimo. È un thriller psicologico ambientato nel mondo dell’editoria. Una scrittrice esordiente ordisce una truffa nei confronti di un autore affermato, colpevole di aver respinto il suo manoscritto. La protagonista è il mio alter ego “cattivo” , che mette in atto una vendetta fredda e crudele, come io non sarei mai capace di fare. Con la stesura di questo romanzo mi sono tolta qualche sassolino dalla scarpa, scriverlo è stato divertente e catartico.

Hai partecipato a concorsi letterari? Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere?
Ho partecipato a un solo concorso letterario organizzato dalla consulta femminile della mia città, perché non chiedeva tassa d’iscrizione. Sono arrivata terza con un racconto e da lì, dopo anni di frustrazioni, è partito tutto.

A cosa stai lavorando, ultimamente, e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?
Continuo a scrivere racconti per una rivista di narrativa femminile, con la quale collaboro da dieci anni. È un punto fermo, una realtà molto positiva in un ambiente, quello dell’editoria, sempre più confuso.

Ho appena revisionato “La Fortuna è un talento” di cui, dopo dieci anni dalla pubblicazione, sono tornata in possesso dei diritti. Mi piacerebbe ripubblicarlo, non so ancora se con un editore tradizionale o come self,  perché ritengo sia ancora molto attuale, anche se molte cose sono cambiate da quando lo scrissi. Con il self publishing digitale molti autori, compresa la sottoscritta,  che prima non riuscivano ad avere accesso a una casa editrice importante, si sono visti spalancare le porte. Un fatto certamente positivo e innovativo, che però ha portato a un’ubriacatura generale, dove non sempre la qualità paga. La protagonista del mio romanzo è una “furbetta” che raggiunge il successo e la visibilità con metodi poco ortodossi. Non è da meno lo scrittore affermato, che in qualche modo rappresenta un sistema per certi versi ingessato.

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