Intervista: Monica Lombardi

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imgresCon Monica Lombardi non si sa mai dove si andrà a parare. Meglio cominciare con qualcosa come una…

… INTERVISTA SEMISERIA:

-Colore preferito.
Tanti insieme: non mi piace il monocromatismo, preferisco gli effetti arcobaleno.

-Cibo preferito.
Tra la pizza e un altro piatto, sceglierò sempre la pizza. Quindi direi… pizza.

-In cucina, come te la cavi?
Me la cavo. Amo le ricette veloci.

-Status sentimentale.
Sposata. Ho conosciuto mio marito che non avevo ancora i 21 anni e non ci siamo ancora accoltellati. Io dico che può rientrare nella categoria “felicemente sposata”.

-Attrice preferita.
Non riesco a sceglierne solo una, farei torto alle altre. Susan Sarandon, Michelle Pfeiffer, Barbra Streisand, Julia Roberts, Cate Blanchett… no, davvero, ce ne sono tante.

-Attore preferito.
Da ragazza ero in fissa per Kevin Bacon, non so perché. Ora ci sono attori che adoro per il loro talento, Ed Norton per citarne uno, e altri che amo perché sono dei bravi attori ma anche dei pezzi d’uomo strepitosi, come Channing – il cognome non devo dirtelo, vero?

-L’uomo che vorresti essere
Un uomo figo, ricco e potente. E molto intelligente. Uno come Rourke, ecco. Conosci?

-Tornassi a nascere, uomo o donna, e perché.
Donna, sempre. Abbiamo una marcia in più.

-Serie Tv preferita.
Di questi tempi riesco a seguirne poche, in genere quelle che posso vedere coi ragazzi, quindi direi Arrow, ci diverte. In tempi passati ho avuto una passione, nell’ordine, per Star Trek, Angel e Alias. Un po’ action, un po’ sci-fi, un po’ urban fantasy.

-Genere di lettura preferito.
Thriller e mystery; romantic suspense, anche con tocchi di paranormal; urban fantasy.

-Scrittore preferito.
Uno solo? Naa.

-Musa ispiratrice.
Euterpe, la musa della musica. Troppe volte un brano musicale mi ha ispirato una situazione, un’atmosfera, o addirittura una scena.

-Genere musicale preferito.
Ah, ma allora sapevi che avrei risposto così??? Spazio parecchio. Ascolto poco la radio, perché non sopporto le pause pubblicitarie, ma su youtube inizio con un brano che amo e poi salto da un suggerimento all’altro, scoprendone molti nuovi. Poi mi preparo le compilation da ascoltare in macchina.

-Cantante preferito.
Anni fa ho avuto un “periodo Sting”, ascoltavo i suoi album a ripetizione, senza stufarmi mai. Ora non ne ho uno solo. Adoro le voci di Bono e, tra le donne, citerei Anastasia.

-Band musicale preferita.
Due me le concedi? Linkin Park e OneRepublic.

-Social network: sì o no?
Sì, senza alcun dubbio. Sono la mia pausa caffè, il salotto dove incontro le mie lettrici. Come farei senza?

INTERVISTA SERIA:

-Perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando?

Nell’estate tra la prima e la seconda media eravamo in campeggio al parco di Monza, stavamo cercando casa perché mio padre era stato trasferito da Aosta a Milano. Il rumore assordante dei motori delle auto che provavano sulla pista dell’autodromo fu la scintilla per una storia. Vuoi un altro esempio? Svuotando i cassetti a casa dei miei, quando mi sono trasferita nella mia, ho trovato una vecchia agenda con l’inizio di una spy-story. Dalla calligrafia direi quarta o quinta elementare. Insomma, ho sempre “visto” storie, attorno a me. Ho solo dovuto aspettare che la vita reale mi lasciasse il tempo di guardarle, ascoltarle; mi sono stufata di scrivere solo gli inizi e ho iniziato a seguirle fino in fondo.

-Come scrivi? Carta e penna, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

Scrivo su file, numerando le versioni a ogni revisione, senza buttare quelle vecchie. Però quando l’idea viene, quando sento il dialogo, ho provato ad annotarli ovunque, anche sugli scontrini della spesa. Perché se scappa, non la riacchiappi più.

-C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

No. Quando riesco, appena riesco.

-Che cosa significa per te “scrivere”?

Uscivo di casa, una mattina, ero in macchina e aspettavo che il cancello si aprisse. Guardavo gli alberi lì davanti e ho avuto un pensiero che da allora mi accompagna: scrivere è sentire il mondo che respira. Perché ogni cosa che si muove, ogni cosa che vedi, ogni persona che incontri ma anche ogni gioco di luce sulle foglie di un albero può raccontarti un pezzo di storia.

-Ami quello che scrivi, sempre, dopo che l’hai scritto?

Continuo ad amare la storia e i personaggi, spesso visceralmente, perché diventano parte di me. I personaggi esistono, li conosco, sono presenti nella mia vita come se fossero persone reali. Ma sono sicura che, se rileggessi per intero quello che ho scritto, continuerebbero a saltar fuori altre versioni, nella cartella del romanzo. Tutto è migliorabile, sempre. Nella forma, soprattutto, anche senza cambiare la trama: la stessa storia, gli stessi personaggi, possono parlare meglio al lettore. E possono sempre saltare fuori scorci, momenti di una storia che non hai visto la prima, seconda o anche terza volta che hai fatto quella strada – proprio come quando percorri una strada reale.

-Rileggi mai i tuoi libri, dopo averli pubblicati?

Ecco, questo si lega a quanto ho appena detto. Rileggo dei pezzi quando mi manca un personaggio, o ripenso a una scena, e torno a emozionarmi. Ma per intero no, a meno che non mi serva per scrivere il seguito. Anche in quel caso, però, vado veloce come un razzo. Perché se cominciassi a soppesare ogni frase, ogni parola, comincerei a voler cambiare qualcosa.

-Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri?

I miei personaggi sono altro da me. Di autobiografico ci sono molti luoghi che ho visto, e possono esserci delle piccole abitudini, delle considerazioni. Un esempio? Il pensiero di Sean McCullough sulle matrioske, in Scatole cinesi, era mio.

-Quando scrivi, ti diverti, oppure soffri?

Mi diverto come una matta e soffro parecchio, a seconda delle situazioni, di quello che stanno vivendo i miei personaggi. In termini di processo creativo, ovviamente mi diverto di più se la storia scorre fluida e soffro se sono in un punto in cui fatico a vedere la strada.

-Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo?

Chi mi legge dice di sì. Spero che sia così. Uno scrittore continua a imparare, scrivendo.

-Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa?

In termini astratti, benissimo, la creatività aggiunge colore alla routine che, in questo modo, non è mai routine. In termini concreti, conciliare la scrittura con il lavoro che ancora devo portare avanti e il mio ruolo di mamma è un gran casino. A volte richiede i salti mortali da parte mia, per strizzare la giornata in modo da far saltare fuori più tempo, e molta comprensione da parte di chi mi sta attorno. E lasciami aggiungere: Santi Nonni!

-La scrittura ti crea mai problemi nella vita quotidiana?

Problemi no. A volte sono un po’ schizzata perché devo trovare posto per tantissime cose, nella mia giornata.

-Gli amici/i parenti ti sostengono, oppure ti guardano come se fossi un alieno?

Ecco, come dicevo sopra. I figli a volte sbuffano, altre volte il loro orgoglio è chiaro e forte. Il marito e i miei genitori mi sostengono da una prudente distanza – perché, come ogni passione, la capisce davvero solo chi la vive – ma anche con grande rispetto. Gli amici si divertono, mi sembra, perché arriva sempre il momento in cui, attorno al tavolo, io comincio a raccontare qualche storia che sto scrivendo. Vengono a casa mia a cena e finisce che parliamo di come si può avvelenare qualcuno. Giuro, è capitato!

-Nello scrivere un romanzo, navighi a vista come insegna Cotroneo, oppure usi la scrittura architettonica, metodica consigliata invece da Bregola?

Ti rispondo usando una frase di E.L. Doctorow: Writing a novel is like driving at night. You can only see as far as your headlights, but you can make the whole trip that way. Tradotta: Scrivere un romanzo è come guidare di notte. Puoi vedere solo fino a dove arriva la luce dei fanali, ma puoi fare l’intero viaggio in quel modo. Mi ci ritrovo molto e è assolutamente un invito a procedere “a spanne”, come si potrebbe pensare. Tanto per cominciare, in genere sai che strada vuoi fare e conosci la tua destinazione. Poi, nei polizieschi soprattutto, devi tenere tutto sotto controllo: ma il punto è che il tuo controllo è spesso su quello che hai già scritto, non su quello che devi ancora scrivere, dove puoi ancora inventare – nel tuo viaggio, hai ancora tanti bivi davanti. Le idee migliori, le soluzioni più ardite arrivano spesso in progress. Alle tue spalle, invece, devi sapere con esattezza che cosa hai costruito, altrimenti crolla tutto.

-Quando scrivi, lo fai con costanza, come faceva Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?

La scrittura ha dei tempi, una volta che inizi a pubblicare. Fai dei programmi insieme all’editore e hai delle scadenze. Il che, soprattutto se devi trovare il tempo di scrivere con le unghie e con i denti come faccio io, aiuta, perché ti spinge a farlo saltare fuori, questo tempo. In più, io funziono meglio, sotto pressione, e  per il tipo di storie che scrivo la compattezza è fondamentale. Non potrei scrivere un capitolo oggi e il successivo dopo tre settimane, a meno che la storia non sia proprio all’inizio. Detto questo, ci sono giornate in cui davvero non gira, e non ci puoi fare niente. Per fortuna, non capita spesso.

-Tutti dicono che per scrivere bisogna prima leggere. Sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno?

Ho sempre letto tanto, fin da quando ero bambina. Meno liberamente al liceo e all’università, dove i titoli erano stabiliti dai programmi di studio, ma sono state comunque letture che ho amato e mi hanno formato, soprattutto la letteratura inglese e americana. Oggi leggo meno di quanto vorrei, non più di un libro a settimana, a volte neanche quello, perché nella mia giornata e serata devono entrare molte cose. Per questo ho una lista di libri “da leggere” infinita.

-Qual è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi, o è differente? E se sì, perché?

Più o meno sono gli stessi generi, sì. Non ho ancora scritto urban fantasy, ma la nuova serie non ci va molto lontana.

-Autori e autrici che ti rappresentano, o che ami particolarmente. Citane due italiani e due stranieri.

Cito solo un’italiana, ed evito di proposito tutte le autrici italiane che conosco personalmente – sono tante e brave – per non fare torto a nessuna: Margherita Oggero, mi ha aperto la mente su come si può usare la lingua in modo nuovo, senza farle torto. Due straniere: Nora Roberts e J.R. Ward, due fuoriclasse – e questo anche se gli ultimi libri della Ward mi hanno deluso.

-Di gran voga alla fine degli Anni Novanta, più recentemente messi al bando da molte polemiche in rete e non solo: cosa puoi dire dei corsi di scrittura creativa che proliferano un po’ ovunque? Sei favorevole, o contraria?

Se io mi iscrivessi a un corso di pittura, non servirebbe a nulla, sarebbe tempo sprecato. Se lo stesso corso lo seguisse una persona che ha un talento grezzo da raffinare, le darebbe tantissimo. I corsi non fanno miracoli: se fatti bene possono dare nuovi strumenti e nuovi stimoli a chi ha già la materia prima giusta. Se il talento latita, non importa quanti corsi si frequentano. Non credo si possa imparare a scrivere: si sa scrivere, e si impara a farlo meglio.

-Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che prediligi e senti più tuo? Se sì, qual è? Vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato scriverlo?

Amo tutti i miei personaggi ma ho un debole per Jet, ovvero Jaime Travis, uno dei protagonisti del GD Team. Quindi ho un debole per Free fall. Quando, durante la stesura di Vertigo, ho capito che, tra Jet e Nicky, uno dei due avrebbe subito un certo destino, c’era una scelta più ovvia e una meno ovvia. Non ci ho pensato su molto, e ne sono felice. Ho amato Jet davvero molto, in quel libro, è un personaggio che si è espresso al massimo. Vedere quanto sia amato dalle lettrici ora mi riempie di gioia e di orgoglio.

-Hai partecipato a concorsi letterari? Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere?

Ho partecipato a un paio di concorsi in un periodo in cui pensavo che potessero essere utili. Uno l’ho pure vinto, a pari merito. So che non è così per tutti, ma a me non sono serviti a nulla.

-A cosa stai lavorando, ultimamente, e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?

Quest’anno sarà davvero un anno ricco di storie, come ho promesso alle lettrici che frequentano il mio gruppo (https://www.facebook.com/monica.lombardi.1217?fref=ts). Presto inizierò a lavorare al romanzo di GD, il grande capo del Team. Nel frattempo, però, escono due romanzi la cui prima stesura risale all’anno prima che iniziassi a lavorare al GD Team, quindi gli ultimi mesi sono stati mesi di revisione. Sono molto legata al Team, ma sono anche molto contenta di proporre ai lettori qualcosa di diverso, e curiosa di vedere la loro reazione. Per la prima volta ho ambientato un romanzo tutto in Italia, con personaggi tutti italiani, è un poliziesco tendente al thriller che, se tutto fila liscio, potrebbe uscire poco prima dell’estate. Più a breve termine potrete assaggiare invece la nuova serie targata Emma books, Stardust, quella che ha dei toni un po’ urban fantasy. O sci-fi. Ma c’è anche l’aspetto del time-travel. Adoro il cross-genre e penso che le etichette siano carte da mischiare – non sei d’accordo anche tu, Babette?

OoO

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