Le parole dalla parte delle donne

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di Laura G. Costantini

Durante la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio EWWA, Silvia Garambois, tra le fondatrici dell’associazione GiULiA e autrice, con altri colleghi giornalisti, del Manifesto di Venezia, ha ritirato la targa realizzata da EWWA in riconoscimento dell’impegno profuso per combattere la discriminazione di genere attraverso un uso attento e ponderato delle parole nella comunicazione.

Buongiorno Silvia, puoi presentarti in poche parole?

In sintesi estrema: giornalista e donna di sinistra. Con altre colleghe ho fondato GiULiA, il cui bel nome di donna è acronimo di “giornaliste, unite, libere e autonome”, che è la nostra carta d’identità.

Per andare sul personale – e tanto più conversando con delle scrittrici – aggiungo che mi piace lavorare con le parole, il che nel mio mestiere significa utilizzare linguaggi diversi a seconda del media su cui si scrive. Per fare degli esempi: all’Unità – dove sono stata 25 anni – il linguaggio doveva essere chiaro ma senza paura di essere anche tecnico, o colto; nella free press (ho collaborato con i primi esperimenti di giornali gratuiti fatti non solo di notizie-flash) la ricerca è su una semplificazione che non tradisca la lingua ma che arrivi a tutti, anche a chi ha poca dimestichezza con la lettura e con l’italiano; la free press per bambini, poi, pretende un linguaggio giusto, accattivante e che insieme insegni ai più piccoli nuove parole; e poi il web, o i testi per la radio… È divertente: a ognuno le sue parole. Anche se conversando poi dico un mucchio di parolacce…

La comunicazione è fondamentale per creare consapevolezza. Quali sono i punti cardine del manifesto di Venezia cui anche l’associazione GiULiA Giornaliste ha collaborato?

È stato davvero un lavoro corale (di idee, di scrittura, limatura, tagli e aggiunte, per mail e in riunioni fiume) e quella è la sua forza: per questo, credo, oramai ha in calce più di 800 firme di giornaliste e giornalisti (ma anche direttrici e direttori) che si impegnano a rispettare la dignità delle donne anche attraverso il linguaggio e le immagini, “al di fuori di stereotipi e pregiudizi”, in particolare quando si trattano casi di violenza. E non è un impegno di poco conto. Usare i termini corretti, non lasciarsi prendere la mano nel racconto, “illuminare” tutti i casi perché non c’è una violenza di serie A e una di serie B, e soprattutto evitare il punto di vista del colpevole, perché “gelosia”, “troppo amore”, addirittura “raptus” non diventino giustificazioni per un delitto: sono gli errori in cui l’informazione non deve inciampare.

Parliamo di GiULiA e dell’impegno perché le parole usate per raccontare le donne siano quelle giuste.

La nascita di GiULiA è stato un atto di rottura perché vogliamo dai nostri giornali un’informazione più attenta alla realtà, che sappia raccontare il Paese nella sua complessità, che restituisca alle donne il loro ruolo sociale, anche nelle eccellenze troppo spesso misconosciute. Il che significa, per cominciare, che bisogna dare un nome, “battezzare”, quel che ci sta intorno: a cominciare dal femminicidio. Una parola che solo fino a qualche anno fa era “nuova” per i giornali, che la rifiutavano perché “brutta”. È anche grazie alla caparbietà della rete di GiULiA, un migliaio di giornaliste in tutta Italia, nelle testate più diverse, che il fenomeno è emerso sui nostri giornali: il primo passo, culturale, per combatterlo.

E poi le ministre, le architette, le sindache: come GiULiA abbiamo realizzato un manuale, “Donne, grammatica e media”, in collaborazione con l’Accademia della Crusca, e fatto decine e decine di corsi professionali, per conquistare l’attenzione dei nostri colleghi e delle nostre colleghe a un uso corretto della lingua.

A tuo parere, perché spesso sono proprio le donne a opporre resistenza alla declinazione femminile di qualifiche come avvocata, ingegnera, architetta, ministra, assessora, sindaca?

Io credo che sulle donne come sugli uomini pesi ancora inconsapevole la stessa cultura, quella dell’angelo del focolare, del matrimonio riparatore, del delitto d’onore, o più banalmente del terribile “donne e buoi”. Ho sentito molte donne dire “Ho dovuto studiare tanto per diventare architetto e ora dovrei farmi chiamare architetta?”; o, peggio, “Sono un segretario, non una dattilografa”… Insomma, per molte donne la conquista sociale passa ancora dall’ “essere come gli uomini”, quindi acquisire un titolo maschile. E finché sui giornali scriveremo titoli come “Il sindaco ha avuto un bambino dall’assessore”, non aiuteremo a una nuova consapevolezza.

Dico, polemicamente, di più: abbiamo fatto molta fatica nelle redazioni dei tg perché si utilizzasse (anche se ancora non sempre) il femminile, definendo correttamente ministre o architette. Se però poi alla Rai arriva una fiction di grande successo come “Don Matteo” dove una delle protagoniste è la capitana di una caserma di Carabinieri che afferma “Sono un capitano, nei dizionari capitana non c’è”, non solo si dice una falsità, ma si vanifica in un attimo un grande sforzo.

E veniamo alla narrativa. Quale apporto possono dare le scrittrici per sconfiggere gli stereotipi che affliggono la raffigurazione della donna nei libri?

Parlo da lettrice. Forse persino da lettrice viziata, perché amo la letteratura – anche quella leggera, ho un debole per i gialli – scritta da donne: non è un partito preso, quasi sempre mi piace e mi coinvolge di più.

Io credo che il “punto di vista di lei” sia una chiave forte per reagire a frasi fatte, a costruzioni di personaggi quasi caricaturali, che nella vita reale non ci sono. Non so se le riflessioni che noi abbiamo fatto per l’informazione si possano traslare nella scrittura del romanzo: ma se è vero che la fantasia è un grande strumento per interpretare la realtà, le scrittrici hanno già nella loro penna un antidoto potente contro un’eredità culturale aggressiva e retriva insieme.

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