Le parole giuste

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di Fernanda Romani

Per chi, come me, scrive, è fondamentale usare la lingua italiana nel modo giusto e ognuno di noi, con il passare del tempo, costruisce le proprie regole per seguire questa linea di condotta.

Fin da quando ho iniziato il mio percorso di scrittura ho sempre provato un istintivo fastidio nel trovare, all’interno dei libri che leggevo, parole poco consone all’ambientazione. Nel corso degli anni, attraverso il confronto con gli editor, si è rafforzata in me la tendenza a cercare le parole più adatte al contesto. Io scrivo, in prevalenza, fantasy di ambientazione pseudo medioevale e mi capita spesso di dover cercare sinonimi che non stonino all’interno delle mie storie. Per esempio, quando i personaggi combattono, sentono brividi, non scariche di adrenalina (termine banale, oltre che orrendamente moderno e inadeguato da usare mentre il tuo protagonista sta duellando a colpi di spada). Nessuno ha obiettivi da raggiungere, ma missioni da compiere oppure scopi da perseguire.

Potrebbe sembrare una linea di condotta logica e naturale, eppure mi è capitato di trovare in un romanzo fantasy una scena dove uno dei protagonisti, dopo un duello, veniva definito “sotto shock”. Feci notare all’autore l’inopportunità di usare quell’espressione, assolutamente moderna, ma ricevetti una risposta piccata dove mi si informava che la società rappresentata nel romanzo aveva vaste conoscenze mediche. E questo può dare un esempio su quanto certi autori, siano disposti ad arrampicarsi sugli specchi pur di difendere scelte linguistiche discutibili.

Più vado avanti, più mi rendo conto dell’importanza di usare le parole giuste. Non basta sfogliare il dizionario dei sinonimi e sceglierne uno a caso. Occorre ponderarne con cura il significato, cercando di intuire quali siano i vocaboli più adatti.

Ricordo ancora con orrore quando, in un racconto di ambientazione ottocentesca, lessi una scena di combattimento in cui l’autore, per evitare di ripetere la parola “sangue”, usò l’espressione “liquido ematico”, termine sicuramente più adatto a un testo medico che a un’opera di narrativa.

A un maggiore livello di sottigliezza, oltre ai termini fuori contesto esistono anche quelli che non lo sarebbero, ma vengono recepiti come tali per i motivi più svariati. Una volta, leggendo un fantasy, sentii uno dei protagonisti usare la parola “cooperazione” e io la percepii come un corpo estraneo all’interno di quella storia. L’autrice mi fece notare che si tratta di una parola di origine latina, usata già dagli antichi romani. Eppure questo non mi impediva di collegarla a una nota catena di supermercati e sentirla, dunque, come troppo moderna.

Un altro aspetto della questione è costituito dalle parole che l’autore sceglie di non usare per questioni di principio. Per esempio, per quanto riguarda la componente romance delle mie storie, io ho sempre evitato con cura di usare il sostantivo “lussuria”, sostituendolo con “desiderio” o “bramosia”.  Nella nostra cultura, “lussuria” è un termine che ha lo scopo di dare una connotazione negativa al desiderio sessuale, infatti è indicato come uno dei sette peccati capitali. Questo è ciò che mi ha convinta a evitarlo, poiché sono contraria all’aura di negatività che circonda il naturale istinto sessuale.

Esistono molti motivi per cercare le parole giuste e ognuno di essi è valido, poiché ci spinge ad approfondire il linguaggio e le sue sfumature.

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