LO STILE È UNA VISIONE DEL MONDO (quarta parte)

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Intervista a Lorenza Ghinelli (quarta parte)
di Velma J. Starling

Questa è la quarta e ultima parte della nostra intervista a Lorenza Ghinelli. La prima, la seconda e la terza parte sono disponibili a questi link:

LO STILE È UNA VISIONE DEL MONDO

LO STILE È UNA VISIONE DEL MONDO (seconda parte)

LO STILE È UNA VISIONE DEL MONDO (terza parte)

Parliamo di editoria tradizionale e di nuovi canali. Insomma, di Amazon.

4-ATemo che Amazon metta in crisi un modo sano di fare editoria. Io sono dell’idea che bisogna sostenere i bravi librai, che conoscono quello che vendono. Non Amazon, i cui algoritmi sono capaci di proporti un libro che hai scritto tu stessa, e ha prezzi bassissimi perché sottopaga gli impiegati e non rispetta un’etica del lavoro. I librai, quelli bravi, leggono, sanno consigliare, spingono titoli che magari non vanno in classifica ma hanno un valore. Alcuni mettono insieme gruppi di lettura, lavorano con le scuole, promuovono la lettura. Quindi, se devo scegliere di ordinare un libro, lo ordino dal libraio. Trovo che sia più etico; trovo che sia una scelta vantaggiosa per la casa editrice, l’autore e il libraio. Si preserva una catena virtuosa. Se vai a danneggiare questa catena, l’editoria ne risente.

Questo per quanto riguarda Amazon come negozio online, come concorrente delle librerie. Invece, Amazon come concorrente dell’editoria? In altre parole: il settore del self-publishing?

Ci sono molti punti vista su questo argomento, ma non sono preparata per dartene uno. Il motivo è semplice: quando io ho iniziato a pubblicare, questa possibilità non c’era. In seguito, non ho mai avuto occasione di confrontarmici. Per gli esordienti può essere una strada: sapendo però che le autopubblicazioni, su Amazon o su altre piattaforme, possono essere una vetrina come pure una palude senza fine. Un’altra strada è quella dei concorsi (purché seri, ad esempio “Il mio esordio” con cui anche la Scuola Holden collabora e per il quale anni fa sono stata in giuria io stessa). Per un aspirante autore, tuttavia, è comunque molto difficile pubblicare. Uno dei motivi è che tutti scrivono: se gli editori valutassero i manoscritti di ogni esordiente non lavorerebbero più. Diverso è se il manoscritto arriva tramite agenzia: in questo caso, l’editore sa che può valere la pena di investire del tempo in una valutazione.

Difficile, quindi, dare consigli.

4-BSu che cosa fare, sì. Però, ho una raccomandazione su cosa non fare: ricorrere a editori a pagamento. Quella è la peggiore partenza che si possa scegliere. È un errore che si perdona a un ragazzino, uno che non conosce per nulla il mondo editoriale; ma vederlo fare a degli adulti è grave. Posso capire chi non ha pretese di diventare scrittore, e magari vuole confezionare il miglior prodotto possibile da dare agli amici, in quel caso però è meglio rivolgersi a una tipografia. Se volete scrivere però provateci sul serio e boicottate gli editori a pagamento, altrimenti è come se il narcisismo superasse la passione dello scrivere.

Durante una presentazione del tuo ultimo libro, “Almeno il cane è un tipo a posto”, hai detto che «l’autobiografismo nuoce alla narrazione».

In narrativa, sì. Se io scrivo un romanzo, non posso metterci dentro la mia autobiografia. Se cedo a questa tentazione diventa un pastrocchio, perché perdo la capacità di essere autenticamente regista della storia. Di mettermi al di fuori di essa, di guardarla con un occhio professionale e onnisciente. Quando si parla di onniscienza del narratore, si parla di questo: della capacità di collocarsi anche al di fuori, la capacità di entrare e uscire a seconda delle esigenze della storia. Ti riporto un esempio che faccio sempre: mettiamo che io incontri una persona che mi insulta, io mi senta offesa e abbia bisogno di sfogare questa cosa sulla pagina. Se riporto l’insulto esattamente come mi è stato fatto, magari un’altra persona lo legge e mi dice: te la sei presa per così poco? Subentra il bisogno di rendere quel fatto privato un fatto universale. Allora intervengo sulla narrazione attraverso l’artificio: modifico gli eventi per fare in modo che siano più verosimili.

Quindi è una questione di rapporto tra verosimiglianza e realtà?

Aristotele l’ha detto secoli fa: nel momento in cui andiamo a scrivere narrativa, dobbiamo preoccuparci di essere verosimili, non realistici. Il concetto di realtà va lasciato fuori dalla porta: è per questo che il concetto di autobiografismo spesso danneggia, perché ci si dimentica che spesso la narrativa implica una finzione, e la finzione rende le cose più vere. È un paradosso, ma è inevitabile.

E invece la scrittura autobiografica?

L’autobiografia pura è cosa ben diversa, eppure non è immune da questo concetto. Io posso scrivere la mia autobiografia, ma dovrò scegliere una prospettiva, altrimenti diventa uno sfogo esistenziale che non interessa a nessuno. Come ti dicevo, sto leggendo “In movimento” di Oliver Sacks. Lui ha vissuto una vita piena di eventi, doveva scegliere che cosa raccontare. È come se ti chiedessi: dove sei stata in vacanza? E tu mi rispondessi: in Australia. Bene: avrai scelto delle tappe, avrai deciso cosa vedere, dove andare, che mezzi prendere. Avrai scritto, nella tua testa, un percorso di viaggio. Quando lo racconti, sarà la tua Australia, non quella di qualcun altro. Tutte le volte che affrontiamo qualcosa, dobbiamo scegliere che prospettiva dare alla faccenda; anche quando parliamo di noi. Qualsiasi autobiografia ha lasciato degli eventi fuori dalla porta, non puoi raccontare tutto.

Anche questa è una visione del mondo?

Di più: è la costruzione dell’identità. Quando racconto me stessa agli altri, ho scelto chi essere, come vedermi: racconto me stessa alla luce di quello che oggi credo, che non sarà quello che crederò domani e non è quello che credevo ieri. Non importa se il modo in cui mi racconto è vero o falso, l’importante è che io mi ci riconosca. E questo deve ricordarci una cosa importante: la verità, alla narrativa, non interessa. La narrativa sceglie. Che è poi ciò che ti chiede la vita: di scegliere. Da che parte stare, cosa raccontare.

BIOGRAFIA ESSENZIALE DI LORENZA GHINELLI

4-CLorenza Ghinelli nasce a Cesena nel 1981.
Dal 2001 al 2003 frequenta il Master in Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden di Torino. In seguito esplora l’universo della comunicazione a 360 gradi: consegue un diploma in web design, uno in montaggio digitale, fa teatro, danza e si laurea con lode in Scienze della Formazione, con una tesi sull’autobiografia nelle relazioni d’aiuto.
Nel 2010, edito da Marsilio, esce “J.A.S.T.” (Just Another Spy Tale), scritto con Simone Sarasso e Daniele Rudoni. Nello stesso anno Lorenza viene assunta dalla Taodue come editor e sceneggiatrice: si trasferisce così a Roma e collabora alla scrittura del “Tredicesimo Apostolo”, per Canale5.
Nel 2011 Newton Compton pubblica “Il Divoratore” (uscito nel 2008 per le Edizioni Il Foglio Letterario). È l’anno del boom. Alla Fiera di Francoforte se lo accaparrano sette Paesi e in Italia scala le classifiche.
Nel 2012, sempre con Newton, pubblica “La Colpa”, finalista al Premio Strega. Il Teatro a Manovella, con la regia di Massimo Alì, mette in scena “Larvale”, drammaturgia di Lorenza.
Nel 2013 esce “Sogni di Sangue”, un racconto per gli 0,99 della Newton. Nello stesso anno la Newton pubblica “Con i tuoi occhi”, romanzo che ha ridotto l’autrice a un lumicino, ma che ama profondamente e di cui va fiera.
Nel 2015 Lorenza sente la necessità di esplorare un nuovo tipo di scrittura e torna in libreria con “Almeno il cane è un tipo a posto”, edito da Rizzoli.
Ora vive a Rimini e lavora come freelance scrivendo romanzi, racconti, sceneggiature e facendo docenze anche per la Scuola Holden. Ha scritto diversi racconti pubblicati in antologie edite da Newton Compton, Elliot e Guanda. Collabora con la Westegg in qualità di editor e tutor. Il suo prossimo romanzo è in uscita nel 2017.

Online:
www.lorenzaghinelli.com
www.westegg.it

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