LO STILE È UNA VISIONE DEL MONDO (seconda parte)

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Intervista a Lorenza Ghinelli (seconda parte)
di Velma J. Starling

Questa è la seconda parte della nostra intervista a Lorenza Ghinelli. La prima parte è disponibile a questo link:
http://ewwa.org/lo-stile-e-una-visione-del-mondo/

Nei tuoi scritti torni e ritorni, in modo quasi ossessivo, su alcuni temi precisi. Immagino che abbiano messo radici profonde. Ritieni di poterli esaurire, prima o poi?

2-aNon ho una risposta. Da una parte, credo che ognuno abbia le sue ossessioni e i suoi fantasmi. Guarda un film qualsiasi di David Lynch e ti accorgerai subito che è di David Lynch: ogni tanto vedrai spuntare un nano, ogni tanto vedrai spuntare una storia di rimozione… sono sempre lì, non si sfugge. Però è anche vero che nella vita esistono tante fasi che si portano dietro bagagli nuovi. In parte credo, come dicevo, di aver esaurito un ciclo; che non significa aver esaurito le ossessioni. Credo che stia cambiando il punto di vista. Come se mi fossi spostata altrove nel mio percorso di vita, e quindi guardassi alle stesse cose che mi hanno segnata (ognuno è figlio della sua storia) da una prospettiva diversa. Questo mi permette di avere personaggi diversi e una storia nuova da raccontare.

Mi ritrovo in quello che dici perché, quando mi viene un’idea che poi trasformo in un racconto, spesso arrivo a un punto in cui mi dico: non è possibile, sto di nuovo parlando della stessa cosa. Passerà mai?

No, mai! [ride]Ma credo che dobbiamo farci pochi problemi, su queste cose. Una volta ho chiesto alla mia editor: trovi che sia un limite, il fatto che io parli sempre di adolescenti? Lei mi ha detto: no, è un tratto distintivo. Ecco, i limiti possono essere un tratto distintivo.

C’è una parola significativa che hai usato in “La colpa”, ovvero FATALITÀ. Vorrei chiederti cosa ti suscita, cosa muove nella tua scrittura. Nel libro mi ha dato la sensazione di condurre a un brusco cambiamento di prospettiva.

Sì, ricordo di averla usata come unica spiegazione che i personaggi possono darsi per un evento inaspettato e tragico. Eppure, nella quotidianità non la uso mai, anche se è una parola particolare. Inizia con “fata”, si porta dietro una magia: quella delle cose che non riusciamo a spiegare, che ci piombano addosso.  Io sono dell’idea che la vita non abbia un senso, può succedere di tutto. Magari passiamo la vita a prepararci nella speranza di poterci difendere quando qualcosa arriverà a stravolgere il nostro equilibrio. E poi ci succede .sempre quell’unica cosa per cui non eravamo preparati. Questa è la fatalità, se vuoi. C’è chi la chiama destino, o ineluttabilità dell’esistenza. E in quello che scrivo c’è di sicuro: tutte le volte che parliamo di traumi, argomento presente nei miei romanzi, parliamo di cose che ti capitano quando non te le aspetti, ti sconvolgono e tu non sei più quella di prima.

Senza alcuna possibilità di difesa?

2-bDavanti alla fatalità, intesa come puro accadere di eventi inattesi, non possiamo fare niente. Per questo motivo la parola che mi è più cara è RESILIENZA: perché ti richiama a una possibilità di autodeterminazione, ti ricorda che puoi influire sul tuo destino, che hai sempre una seconda scelta, non ce n’è mai una sola, ce ne sono almeno due. Nei miei romanzi, passo dalla fatalità (sebbene io non la nomini mai, forse per un processo di negazione inconscia) per arrivare a una storia di resilienza. Quando mi fanno domande sui generi che mi piace scrivere, sul perché sono passata dall’horror al noir al romanzo per ragazzi, io per prima cosa chiarisco che queste etichette non mi piacciono, non mi ci riconosco, la narrativa è narrativa e basta; poi dico che se proprio bisogna trovare un filo rosso, quello è la resilienza. Racconto storie di personaggi che a un certo punto tirano fuori questa risorsa.

Ti propongo un incipit, tratto da un racconto lungo di un’altra autrice, che mi ha fatto pensare a te: “Abbiamo giocato nella stessa strada. È così che si diventa davvero fratelli a Crabas, che venire dalla stessa madre non ha mai reso parenti neanche i gatti.”

Accidenti: è bellissimo. Mette in campo un tema che mi è caro, è una cosa che ho sempre pensato. In tutti i miei romanzi non sono mai i legami di sangue, quelli che ti cambiano la strada. Tu puoi anche nascere in una famiglia, ma come qui si dice benissimo, “venire dalla stessa madre non ha mai reso parenti neanche i gatti”. Nelle mie storie ci sono persone che si riconoscono perché portano lo stesso “segno”, in qualche modo, o segni compatibili. Così si aiutano a dare un senso alla vita, che non ce l’ha, proprio perché il concetto di fatalità prevede che un senso non ci sia. Adesso però mi dici chi l’ha scritto, quell’incipit!

Lo ha scritto Michela Murgia nel racconto lungo “L’incontro”, che secondo me ha dei punti in comune con ciò che mi stai dicendo. Però, quando parli di ‘dare un senso alla vita’, intendi un senso vero, o piuttosto l’illusione di trovarne uno?

2-cPartiamo da un presupposto: nonostante tante vicende, credo di non essere mai diventata cinica. Questo però non mi impedisce di essere brutalmente realista. Quindi: se parliamo di brutale realismo, ti dico che la vita non ha senso, punto e basta. Se parliamo di legami, di sfide quotidiane, degli obiettivi che mi pongo, dei piccoli momenti di condivisione autentica, quelle cose sì, per me hanno senso. E per esse combatto, in quanto ci credo, le trovo significative e le difendo. Però, tutto parte da uno sforzo individuale. Se non si partisse da noi, arriveremmo al nichilismo puro.

La terza e la quarta parte dell’intervista verranno pubblicate nei prossimi giorni, sempre su www.ewwa.org.

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