LO STILE È UNA VISIONE DEL MONDO (terza parte)

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Intervista a Lorenza Ghinelli (seconda parte)
di Velma J. Starling

Questa è la terza parte della nostra intervista a Lorenza Ghinelli. La prima e la seconda parte sono disponibili a questi link:

LO STILE È UNA VISIONE DEL MONDO


http://ewwa.org/lo-stile-e-una-visione-del-mondo-seconda-parte/

Mi viene in mente un’indicazione che avevi dato durante un tuo corso di tecniche della narrazione: mettere, in ciò che si scrive, non solo una serie di personaggi, azioni e motivazioni, ma una propria “visione del mondo”.

3-ATu puoi avere un personaggio che fa determinate cose in un determinato contesto, ma se non c’è dietro una visione dell’autore, una sorta di occhio di Dio situato sopra le pagine del romanzo, se manca una visione del mondo, allora qualcosa non funziona. Prendi un romanzo come “Niente” di Janne Teller, dove si ribadisce in continuazione che niente ha senso, e chi tenta di dimostrare il contrario finisce spezzato dall’ingranaggio. Anche lì, per quanto i personaggi siano nichilisti, c’è una visione più ampia, anche di critica dello stesso nichilismo che viene messo in scena.

Come si arriva a questo risultato?

Occorre appunto una prospettiva che stia al di fuori dei personaggi. Io posso mettere sulla carta storie truci, però è come se dovessi avere più angolazioni da cui guardare le cose. Questo mi permette di scrivere frasi che non siano fraintendibili, scene che possano avere più piani di lettura. Se perdo questa capacità, il romanzo non è più universale. È un paradosso, perché la tua visione del mondo è una, rispetto alle infinite che ci potrebbero essere, ma senza di essa il libro non diventa universale.

Questo, secondo te, vale solo per i libri di un certo spessore, o può arrivare fino a un testo smaccatamente di genere? Anche in un giallo alla Agatha Christie, per dire?

Vale sempre, in ogni libro. Dietro c’è sempre una visione del mondo. Molte persone scrivono bene, ma non riescono a comunicare quello che hanno dentro perché non riescono a mettere a fuoco la loro visione, ed è invece proprio quella che renderebbe unici e universali i loro romanzi. Per formarsi  occorre sporcarsi le mani, mischiarsi alle persone, leggere. Il compito della narrativa è quello di creare ponti tra realtà diversissime. Leggere dovrebbe essere un’arma micidiale contro ogni tipo di xenofobia.

E non è questione di generi o di taglio del libro.

3-BÈ una questione di approccio dello scrittore. Solo quello. Non a caso, durante il corso che ricordavi, avevo parlato de “Il signore delle mosche”, di William Golding, e anche de “La strada”, di Cormac McCarthy. Mi interessava questo confronto perché i due libri raccontano comunque l’uomo davanti a una situazione più grande di lui, ma gliela fanno affrontare in modi diversi. Se ne “Il signore delle mosche” si indagano le radici antropologiche della violenza, in “Sulla strada” c’è qualcosa che va oltre la brutalità dell’uomo e c’è un barlume di speranza, che nell’altro libro non c’è. E questo è dato dalla visione del mondo.

Tu hai scelto, oltre che di scrivere, anche di insegnare.

L’insegnamento mi ha aiutata ad allontanarmi da un mondo in cui ero finita troppo presto, quello della televisione, dove il rischio di bruciarsi è alto, specie se sei donna e se hai talento, almeno nel nostro Paese. Il contratto che firmai stabiliva che al produttore sarebbe spettato decidere se farmi firmare o meno quel che producevo. Ero giovane quando accettai quelle condizioni, credevo che fosse una formalità, non immaginavo che avrei in quel modo ceduto la proprietà intellettuale di quello che produssi in quegli anni. È stato doloroso, ma ho imparato tanto. Ho capito che quella vita non mi interessa e che ho bisogno di muovermi, di studiare, di conoscere, di sperimentare, e soprattutto di vedere il mio nome accompagnare le mie fatiche, e non certo quello di un altro. In contesti come quelli in cui ho lavorato, se ti portano al punto di rottura sei in un bel guaio. Per rimetterti insieme e riprenderti una creatività spezzata, impieghi una vita. Adesso che, da qualche anno a questa parte, ho preso decisioni a me più congeniali, sto meglio. Ho detto tanti “no” e ho fatto scelte controcorrente che non ho mai rimpianto, neppure per un momento. Insegnare mi gratifica, si accompagna a un confronto quotidiano con le persone, è bellissimo.

Un dare e avere?

3-CÈ come se usassi due vene diverse: con una imparo, ragiono, rifletto; con l’altra creo, e questa vena non viene prosciugata, è come se fosse inesauribile. Una bella differenza, rispetto a fare la creativa con il massimo dell’impegno per qualcuno che poi firma le cose al posto mio, oppure per un committente che mi dice “questo in televisione non può essere detto e quest’altro non può essere fatto”. È un modo di fare fiction che il giovane scrittore paga sulla sua pelle, perché è frustrante doversi adattare e mandare al pubblico qualcosa che non è al massimo delle sue potenzialità. Capisco coloro che lo fanno per denaro, perché si guadagna bene, e non li giudico; a me, però, veniva la gastrite. E arriva un punto in cui possiamo essere soltanto noi a dire “basta”.

La quarta parte dell’intervista verrà pubblicata nei prossimi giorni, sempre su www.ewwa.org.

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