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Intervista a Lorenza Ghinelli (prima parte)

di Velma J. Starling

Ci sono almeno tre motivi per cui il nome di Lorenza Ghinelli è noto fra lettori, autori, operatori del settore editoriale. Il primo è aver esordito nel 2011 con un romanzo, “Il Divoratore”, che scatenò un assalto all’arma bianca da parte degli editori esteri determinati ad assicurarsene i diritti per le edizioni in altre lingue. Il secondo è aver fatto parte, appena un anno dopo, della cinquina di autori finalisti al Premio Strega con “La Colpa”. Il terzo è aver scelto, dopo svariati romanzi a tinte cupe e inquietanti, di cambiare drasticamente genere e scrivere un (cosiddetto) libro per ragazzi, “Almeno il cane è un tipo a posto”, uscito nel 2015: un romanzo molto divertente, che tuttavia non rinuncia ad approfondire temi delicati e importanti.
Io trovo che la quarta e più importante ragione per conoscere questa autrice sia la sua ricerca in termini linguistici e formali: una scrittura che si interroga in profondità non solo su cosa raccontare, ma su come e perché raccontarlo.

Benvenuta fra noi, Lorenza. Vorrei iniziare questa chiacchierata [davanti a cornetto e thai latte, NdR]chiedendoti quale fu la molla che ti spinse, a suo tempo, a cimentarti con la scrittura. Ad esempio per la stesura de “Il Divoratore”, e prima ancora di “Francis Degli Specchi”.

1-aHo iniziato a scrivere come reazione a un mio disagio, molto tempo fa, prima di arrivare a intendere la scrittura come strumento di comunicazione e palestra di stile. “Francis Degli Specchi” è nato da una collaborazione con Mabel Morri, carissima amica e disegnatrice che stimo molto; avevo bisogno di indagare i miei fantasmi, sebbene scrivessi ancora in modo ingenuo. Anche “Il Divoratore” è stato una sorta di danza coi miei demoni, senza la pretesa di volerli veramente capire o risolvere. Fu l’ingresso nel mondo della narrazione; avevo già scritto dei racconti lunghi, o romanzi brevi che dir si voglia, ma non ero ancora arrivata a considerarli lavori finiti. “Il Divoratore”, invece, sì. Ed è con lui che è iniziata la mia carriera.

Dopo “Il Divoratore”, cosa è cambiato nell’approccio, nel metodo, nella passione?

Ho scritto per anni sotto la spinta dell’istinto; riscrivendo per migliorare lo stile, l’intreccio e quant’altro, ma comunque “di pancia”. Ora sono molto meno… non dico istintiva, perché le idee partono sempre da qualcosa di profondo: si affaccia una storia, mi si presenta un personaggio, e vedo dove mi portano. La differenza è che lo studio delle tecniche di narrazione e lo stile mi interessano sempre più. Ho perso parte della spontaneità che avevo all’inizio, ma non ho mai rinunciato alla sincerità, scrivo sempre per urgenza, e nel raffinare la scrittura pulisco i pensieri, cerco di arrivare al cuore della storia. “Con i tuoi occhi”, secondo me, è il libro in cui sono riuscita meglio a coniugare intreccio e stile.

Di tutti i tuoi lavori, io lo trovo il più appassionante insieme a “La colpa”.

1-b“La colpa” è un romanzo su cui ho lavorato molto, che sento profondamente mio, e che mi valse la finale del Premio Strega 2012. Mi è caro. Scrivendolo, ho affrontato nodi che volevo sciogliere. “Con i tuoi occhi” ha rappresentato invece la chiusura di un cerchio, la necessità di mettere la parola fine a tante cose. Dopo, ho avuto bisogno di leggerezza: “Almeno il cane è un tipo a posto” è un libro che mi ha fatto bene all’anima. Oggi però sento ancora la necessità di tornare a vivere la scrittura in modo più denso: sto lavorando a un nuovo romanzo, sono alla quarta stesura, e in un certo senso mi piace dire ‘non so cosa sto facendo’.

Mi è difficile mettere insieme i concetti di ‘quarta stesura’ e di ‘non so cosa mi aspetta’.

Intendo dire che il romanzo a cui sto lavorando cresce e si complica. Non c’è più solo l’urgenza di raccontare una storia; c’è la voglia di sfidare i miei limiti come scrittrice, di studiare, di vedere quali sono le cose che non ho mai fatto. Molti definivano Edgar Allan Poe uno scrittore romantico. Quando lui rifiutava questa etichetta, diceva: “tutto ciò che faccio è estremamente ragionato”. Ecco, è questo che mi interessa: cercare di capire se ragionare a lungo sulla lingua e sulla trama tolga genuinità al romanzo o, al contrario, sia in grado di potenziarlo. Mi trovo in questa fase ed è per questo che, per la prima volta in vita mia, me la sto prendendo comoda.

Per la prima volta?

1-cDi solito sono guidata dalla fretta di scrivere, come se mi portassi dietro una costante paura della morte che mi spinge a dire “devo finire prima che mi succeda qualcosa”. Adesso mi trovo invece in un periodo in cui ho deciso di lasciarmi alle spalle tante paure. Sto leggendo un libro molto bello, l’autobiografia di Oliver Sacks, “In movimento”. È un testo straordinario, in cui ho trovato molti spunti di riflessione. Credo che chiunque voglia scrivere debba abbandonare la paura o almeno dialogare con essa.

Poco fa hai usato la parola “studiare”. È un concetto che mi interessa molto. Tu, quindi, studi.

Certo. Studiare per me significa leggere tanto, e leggere registri diversi. Studiare è anche seguire molti ragazzi come tutor e come editor, perché attraverso gli errori degli studenti imparo tantissimo. Tutte le volte che riconosco una debolezza nella trama, nella struttura, nell’intreccio, tutte le volte che mi rendo conto che un dialogo non funziona, nel momento in cui capisco perché e sono in grado di suggerire ai ragazzi delle strade alternative per risolvere il problema, narrativamente divento più forte. Questi per me sono anni di intensa riflessione sulla scrittura.

La seconda, la terza e la quarta parte dell’intervista verranno pubblicate nei prossimi giorni, sempre su www.ewwa.org.

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