Magnetico Nord – prima parte

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Intervista a Emilia Lodigiani

di Sonia Carboncini

Emilia Lodigiani è stata per quasi trent’anni l’anima di Iperborea: ne ha concepito il progetto e ha condotto la casa editrice con successo crescente fino a tre anni fa, quando ha ceduto le redini ai suoi collaboratori Pietro Biancardi (editore) e Cristina Gerosa (direttrice editoriale). Resta comunque attiva in redazione e collabora alle scelte.

Dottoressa Lodigiani, le sue biografie raccontano che subito dopo la laurea in lingua e letteratura inglese a Milano lei è stata per alcuni anni all’estero, prima a Boston e poi a Parigi, dove è entrata in contatto con le letterature nordiche. Si considera un cervello in fuga ante litteram? La sua è stata una scelta obbligata o volontaria? Le chiedo questo perché anch’io ho soggiornato a lungo all’estero. La mia è stata una scelta obbligata che presto è diventata volontaria. Ha rappresentato per me una grande opportunità: è stato così anche per lei?

Né obbligata né volontaria: la mia è stata una scelta famigliare, come si usava a quei tempi. Mi sono sposata giovanissima, a vent’anni, e mi sono limitata a seguire mio marito nelle sue trasferte lavorative. Devo però dire che in un certo senso l’ho fortemente voluta, non solo stimolandolo ad accettare l’incarico all’estero, ma già decidendo di sposarlo avevo messo in conto che, dati i suoi studi, il suo lavoro e la sua mentalità, quell’opportunità si sarebbe sicuramente presentata. Uscire dal proprio ambiente, dal proprio paese, dalla propria lingua e confrontarsi con realtà e abitudini diverse e anche solo affrontare i problemi quotidiani senza la rete di sicurezza di famiglia e amici – che in Italia è fortissima – credo sia per tutti un’opportunità di crescita, tanto come sfida personale, quanto per rendersi conto di come funzionano le cose altrove, per capire che la realtà in cui si vive non è né “universale” né immutabile, può essere cambiata, non bisogna per forza rassegnarsi, ma se mai impegnarsi a migliorarla. È un’opportunità che augurerei e consiglierei a tutti. Sicuramente per me è stata fondamentale in senso positivo e formativo, mi ha aperto un mondo e mi ha dato maggiore sicurezza in me stessa e nelle mie possibilità di affrontare in seguito un’attività imprenditoriale.

Quando è rientrata in Italia aveva già maturato il progetto di Iperborea? Ha incontrato ostacoli particolari nel fatto di essere una donna oppure l’approccio femminile è stato utile?

In realtà sono rientrata senza progetti, anzi con la sensazione di interrompere attività iniziate (di scrittura e di giornalismo) e con la disperazione di andarmene da Parigi, che amavo moltissimo, e di perdere amici e una vita che mi piacevano molto. Il progetto di Iperborea è maturato dopo il ritorno anche da quella “disperazione”. Per portarlo avanti credo che l’essere donna sia stato un vantaggio, in primo luogo psicologico: non ho mai sentito la pressione di aspettative, né da parte degli altri né mie sul dover avere successo, come sicuramente sarebbe stato per un uomo della mia età e nella mia condizione di trentacinquenne con figli. E sicuramente mi sono lanciata con una certa dose di incoscienza, erroneamente convinta che fare l’editore potesse essere un lavoro part time (all’epoca vari piccoli editori che avevo incontrato si mantenevano facendo altro). E penso che l’approccio femminile mi abbia in realtà giovato: ho imparato il mestiere in sei mesi andando a parlare con tutti i professionisti di tutti i campi dell’editoria disposti a incontrarmi, studiando e registrando tutto quello che mi piaceva negli altri – e naturalmente continuando a leggere nordici per capire se poteva essere davvero un progetto a lungo termine. Ho trovato in quasi tutti molta disponibilità ad aiutarmi e a darmi preziosi consigli, anche tra editori che forse sarebbero stati più restii a farlo nei confronti di un uomo che avrebbero magari più facilmente percepito come potenziale concorrente.

Iperborea pubblica le opere di scrittori di paesi quali Islanda, Svezia, Finlandia, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Belgio, Lettonia e prossimamente Estonia. Si tratta solo di un bacino geografico o ha senso parlare, in generale, di letterature Nordiche? Se sì, può enunciare concisamente i tratti comuni?

Il progetto originale di Iperborea riguardava solo la Scandinavia in senso lato, cioè incluse Finlandia e Islanda, e sicuramente avrei potuto rispondere che dei tratti comuni nelle letterature di quei paesi ci sono, essendoci nella loro storia, cultura e lingua, mentre Olanda, Belgio o paesi Baltici non hanno storicamente nulla a che fare né tra loro, né con gli scandinavi, se non le radici europee. Non che sia poco, ma vale anche per noi mediterranei. In comune tutti questi paesi – oltre a essere “nordici”, che qualcosa vuol comunque dire – hanno il fatto di avere lingue così dette “minoritarie”: le loro letterature erano rimaste sconosciute essenzialmente per mancanza di traduttori, e questo resta tuttora una delle barriere di ingresso che ci permette di continuare la nostra opera di esplorazione senza una concorrenza a tutto campo. Comunque le caratteristiche che mi avevano affascinato nella mia scoperta degli scandinavi sono quelle che cerchiamo anche negli altri nordici e si può dire che costituiscono il filo rosso che unisce i libri che pubblichiamo, dettato certo in parte dalle caratteristiche intrinseche delle loro varie letterature, ma molto anche dalla nostra selezione. Nei dieci paesi di cui ci occupiamo c’è sempre molto pane per i nostri denti: temi esistenziali, critica sociale, interrogativi storici, l’onnipresenza della natura, il rapporto uomo donna, l’impatto dell’immigrazione, l’individuo preso nelle maglie della storia o nelle lotte di potere politico, le grandi questioni etiche… Insomma, molto schematicamente, troviamo quello che cerchiamo: romanzi di alto livello letterario e che trattano temi che ci aiutino a capire meglio il nostro tempo, la nostra storia e quello che siamo. Visto che inoltre lo sanno fare con racconti appassionanti, o con humour e leggerezza, tanto meglio.

La sua creatura, Iperborea, ormai ha trent’anni, e certamente non può essere considerata sulla stregua dei famigerati “bamboccioni”. Con gli anni si è affermata, accresciuta, ha un suo Festival, offre corsi di lingue nordiche. Anche se ormai la sua creatura cammina con le sue gambe, cosa le piacerebbe vedere nel suo futuro?

Le dirò che più che immaginarlo io preferisco stare a vedere cosa si inventeranno di bello e di nuovo i miei successori. Sono felicissima che abbiano dato vita alla collana dei Miniborei dedicata ai bambini, che era fin dall’inizio un mio sogno, non realizzato per mancanza di tempo, ma altri progetti, che so già in cantiere e che trovo magnifici, non mi sarebbero neppure venuti in mente. Non so se sono io particolarmente fortunata, o se il mondo dei libri offra già di per sé un’eccellente selezione, ma trovo una qualità, una passione e una competenza nel vasto numero di giovani che girano intorno a Iperborea che mi dà molta fiducia nel futuro.

La seconda e ultima parte dell’intervista verrà pubblicata mercoledì 28 marzo.

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