Mondi di carta. Intervista a Romana Petri

0

di Sonia Carboncini

TERZA PARTE

[per leggere la prima parte di questa intervista: http://ewwa.org/mondi-di-carta-intervista-a-romana-petri/]

[per leggere la seconda parte: http://ewwa.org/mondi-di-carta-intervista-a-romana-petri-2/]

Cosa ha significato e significa per lei essere figlia d’arte? Un fardello o uno sprone?

Se non avessi avuto quel padre dal “multiforme ingegno”, forse non avrei mai scritto. Era bellissimo, da bambina, vedergli interpretare tanti personaggi. Lui diventava ogni volta un uomo diverso, tanto nel teatro quanto nel cinema. E chissà, magari fin da allora ho cominciato a elaborare il fatto che le realtà possono essere molte, che con la fantasia posiamo essere ciò che vogliamo, anche se per un tempo limitato. In fondo, scrivere è anche questo: cambiare di posto.

Alcuni anni fa lei ha fondato una piccola casa editrice, Cavallo di Ferro, specializzata in letteratura lusitana. Mi ricordo di averne comprato sui banchi di un supermercato a prezzo stracciatissimo un titolo: Equatore di Miguel Sousa Tavares, uno dei libri più belli letti negli ultimi anni. Che ne è stato di quell’esperienza?

Otto anni bellissimi, ma alla fine il solito bagno di sangue delle piccole case editrici indipendenti schiacciate dal grande mercato. Ma lo rifarei, è un’esperienza che mi ha dato molto. In un certo senso è stato un po’ come attraversare un fiume, e poi voltarsi a guardare la sponda dalla quale siamo appena venuti e dire: Toh, guarda come è diverso essere editore. Diversissimo da essere scrittore.

Lei è stata amica di Antonio Tabucchi. Una volta proprio Tabucchi, in uno scambio epistolare, mi scrisse una frase bellissima: “la patria di uno scrittore è la lingua in cui scrive”. A me colpisce la sua capacità, Romana, di calarsi in lingue e dialetti diversi, persino nella lingua canina. Quante patrie ha Romana Petri?

Una sola e piccolissima. È la mia casa di Roma, il mio quartiere San Giovanni. La mia vita, a parte le molte partenze per lavoro, si svolge tutta qui. Fino a poco tempo fa avevo anche uno studio. Ce l’ho sempre perché sta a casa mia, ma adesso mi piace moltissimo leggere e scrivere a letto circondata da molti cuscini. Mi piace il guscio. Quando non ho impegni, esco di casa solo per andare in palestra e fare la spesa e poi passo il tempo davanti al computer o con un libro in mano. E immancabilmente un quaderno nel quale prendo appunti. Quasi un quaderno per ogni libro. Ne ho una quantità impressionante, tutti scritti con una calligrafia incomprensibile. Certe volte non la capisco nemmeno io. La mia patria è la lingua nella quale penso. Perché certe volte, pensare è addirittura più seducente che scrivere. Per forza, vuole mettere la velocità del pensiero? È affascinante, travolgente. Da bambina credevano avessi dei problemi perché me ne stavo ferma ferma per un bel po’ di tempo con uno sguardo molto attento. Pensavo. Mi divertivo moltissimo. Lo faccio ancora.

Noi siamo un’associazione di donne europee che agiscono nelle varie professionalità legate alla scrittura. Qual è, se secondo lei esiste, lo specifico della scrittura femminile?

Oddio, spero proprio che non esista. Non ho mai sentito parlare di scrittura maschile. Che belli i tempi di Ortese, Morante, Ginzburg, Romano. Nessuno si curava di questa differenza. È banale ripeterlo, ma se un libro è bello, se lascia un segno, se invece di consolare inquieta, se la lingua è magnifica, che importa chi l’ha scritto?

Lei pubblica i suoi romanzi a breve distanza l’uno dall’altro, si suppone che scriva molto rapidamente. Come procede? Scrive quando è ispirata o assolve le sue ore quotidiane stile Dan Brown?

Più o meno ne pubblico uno ogni due anni. Scrivo solo quando ne ho voglia perché scrivere deve essere più un piacere che un mestiere. Però è vero, scrivo abbastanza. Ho già qualche libro pronto. Sono stata anche capace di scrivere due libri contemporaneamente. È stata un’esperienza un po’ schizofrenica, lo ammetto, ma interessante. Uscivo da un libro ed entravo nell’altro cambiando identità. A volte anche nella stessa giornata. Non so se mi ricapiterà ancora. In ogni caso non seguo schemi. Non ho nemmeno un vero e proprio progetto quando comincio un romanzo. Magari una suggestione, questo sì. Non ci sono mai regole. Un romanzo, Dagoberto Babilonio, un destino, l’ho cominciato scrivendo l’ultimo capitolo. Un’esperienza strana. Non so se mi piacerebbe ripeterla. Fino a che non l’ho terminato ho temuto che quel finale potesse bloccarmi. L’unica cosa che posso dire è che mi piace moltissimo scrivere appena mi sveglio. Dopo il caffè.

Da come scrive, si capisce che lei è una donna di profonda cultura letteraria che ha elaborato in un proprio stile originale basato su una sapiente commistione di scrittura alta e gergo. A mio avviso lei sta molto attenta anche alla musicalità della lingua, forse perché il suo orecchio è educato. Come è arrivata a trovare la sua scrittura? Con l’esercizio, frequentando corsi, o semplicemente è un dono di natura? E come ha capito di aver trovato il modulo giusto?

Credo che la mia scuola siano state le molte letture e i tanti appunti presi nei quaderni. Il ruminare i libri che ho amato.  Di sicuro la musica ha influenzato molto. Quando scrivo una frase, se non mi convince del tutto la canticchio. È solo allora che so se va bene o no. E a volte basta una virgola, un che da mettere o da togliere, una e, un con, a volte è proprio un’inezia che fa la differenza. Di sicuro la mia scrittura è piena di assonanze. Colpa di una famiglia melomane. Non potendo usare le rime… almeno le assonanze. E quelle, un po’ di musica la fanno.

Molte delle socie di EWWA sono scrittrici: alcune si autopubblicano, altre frequentano il variegato mondo delle piccole case editrici con risultati non sempre felici. Cosa si sente di consigliare a tutte le donne che hanno storie da raccontare?

A tutte le donne (e a tutti gli uomini) che hanno storie da raccontare, consiglio di avere molta voglia di leggere quelle degli altri. Perché spesso il difetto di chi scrive è quello di voler essere letto senza desiderare molto leggere gli altri. Questo fa parte dell’egotismo dello scrittore, un po’ gli appartiene. Però io consiglio sempre tanta buona lettura. Ma buona davvero, altrimenti meglio una passeggiata, guardare il cielo o, come diceva più drasticamente Tabucchi, guardare un muro. La buona letteratura ci insegna a scrivere, a ridimensionarci, a essere umili davanti alle nostre pagine. E poi, certo, cercare un agente, perché oggi muoversi da soli è molto difficile quando si comincia. Se poi si riesce a pubblicare, che è il normale desiderio di chi scrive, si scoprirà che la soddisfazione di avercela fatta sarà fonte di moltissima ispirazione per i lavori successivi. La spinta per continuare.

Commenti