Niente dovrebbe restare vergine

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di Anna Bertini

Del nuovo libro di Barbara Garlaschelli “ Non volevo morire vergine”, in uscita oggi per EDIZIONI PIEMME Spa, Milano. Prefazione di Daria Bignardi.

Non volevo morire vergine

Il volto di Barbara mi pare di conoscerlo da sempre. È un perfetto Modigliani su pietra vivente di carne, scolpito da qualche memoria artistica del DNA.  Il volto di Barbara è arte moderna, ottenuta col talento della vita. Una vita dove niente è rimasto vergine, niente è stato risparmiato dall’esperienza. Come lei stessa, in un forte anelito di autodeterminazione, ha voluto. E ce lo dichiara nel pensiero che apre alla lettura del suo ultimo libro:

Niente dovrebbe restare vergine. Nessuna vita, nessuna pagina bianca, nessun pensiero nessun luogo (…)
Niente dovrebbe restare vergine, né il corpo né la mente, che racchiudono in sé la traboccante vitalità di ciò che siamo.

Barbara non ha potuto restare vergine del dolore. Lo ha conosciuto e lui si è fatto prepotente compagno della sua vita a partire dai quindici anni. Nel pieno di una giovinezza felice e privilegiata, la ragazza arguta e attraente che era, si tuffò sul sasso che le avrebbe provocato una lesione della quinta vertebra cervicale e delle vie midollari rendendola tetraplegica. Di questo risveglio in un’altra vita, piena di sofferenza e barriere, Barbara ha raccontato nel suo libro Sirena, mezzo pesante in movimento. Chi lo ha letto conosce la sua storia, narrata senza alcun accento patetico e con scrittura asciutta e ironica.
Barbara è una scrittrice che crea mondi, una vincitrice del Premio Scerbanenco con il noir Sorelle e finalista dello Strega 2010 con il romanzo Non ti voglio vicino. Una donna che ha preso per le corna ogni toro che le si è presentato davanti, domandolo.
Ha realizzato appieno la sua vita stando seduta su una sedia a rotelle, bisognosa continuamente di assistenza, mancante dell’autonomia che la maggior parte delle persone intorno a lei hanno e danno ampiamente per scontata.

Ci parliamo al telefono in un pomeriggio di sole e mi travolge con il suo entusiasmo per questa nuova esperienza di scrittura.  Non un romanzo, una storia come molte che hanno popolato la sua immaginazione, ma un altro mémoire che parte dall’esperienza e ambisce a essere letto nell’universalità di una tematica che “preoccupa” la nostra epoca: il diverso e la sessualità. Lei è emozionata come la prima volta che ha affrontato i lettori con qualcosa di personale.
Partiamo da lì, dalla differenza tra questi due suoi libri autobiografici.

«Dal duemilauno a oggi, è trascorsa un’eternità per me. Sono cambiata dentro e fuori e con me è cambiata la mia scrittura. In Sirena usavo la seconda persona, quindi operavo una scelta di relativo distacco dal narrato, in Non volevo morire vergine scrivo in prima persona, mi assumo quindi la piena responsabilità di ciò che sto condividendo con il lettore, parlo con grande intimità».

Difatti la Garlaschelli non mette rete. Non pone filtro. Si denuda attraverso la scrittura.  Percorre le sue molte “vite” enumerandole e trova un fil rouge che le ha attraversate tutte: il rapporto con il proprio corpo.

«Nella mia vita ho dovuto riconquistare a fatica il mio corpo e le sue consapevolezze. Il mio incidente è avvenuto nel mezzo dell’adolescenza, quando le mie amiche vivevano amori e inquietudini, le prime esperienze. Io, invece, dovevo in primis abituarmi all’idea di un corpo che non si lasciava comandare, in parte inerte. Mi pareva che la vita dei sensi mi fosse oramai completamente preclusa. Era più facile riprendere a camminare che avere una storia di sesso, pensavo. Ho dovuto lottare con me stessa e con i cliché della società per recuperare prima il coraggio, poi la capacità di rimettermi in gioco per abbandonare la paura di essere respinta. Il rifiuto da parte di un uomo mi pareva più insopportabile di altre ferite fisiche e non ne avevo avute poche! Soprattutto, da donna intelligente, da donna che aveva realizzato il sogno di essere una scrittrice, ero comunque portata a pensare che se avessi mai conquistato un uomo lo avrei fatto per mezzo dell’intelligenza, del carattere. Non mi pareva possibile spostare il potere seduttivo dal mio essere cerebrale a quello sensuale».

Barbara mette quindi in gioco la propria vita interiore e lo fa con l’obiettivo dichiarato di andare a rompere i silenzi omertosi che nel nostro paese accompagnano temi cruciali, come quello della diversità, della disabilità e dell’anelito a vivere le pulsioni e i bisogni del corpo.
Ma nel fare questo, l’autrice vuole allo stesso tempo incontrare tutte quelle persone che, pur non essendo “disabilitate”, lottano con paure e blocchi di natura psicologica, educazionale, con la difficoltà di confrontarsi con gli stereotipati modelli di bellezza, di attrattività che la società propone.
So, anche per mia esperienza personale quante volte nella vita di una donna si “rompe” la fiducia nel proprio “sé fisico” e si creano barriere che rendono impossibile “spogliarsi”, lasciarsi andare all’altro, abbandonarsi al piacere.

«Perché infine noi siamo il nostro corpo, nel bene e nel male. Anche la mia scrittura è dettata dal mio corpo, dal mio modo di respirare, dalle posizioni che posso o non posso acquisire con il corpo. Queste determinano i miei ritmi, il taglio della frase. A un certo punto non ho più voluto fuggire dalla consapevolezza di avere il desiderio di piacere, di godere, di amare con il corpo» dice Barbara.

La Garlaschelli osa un racconto senza tabù. Il libro percorre gli incontri, i passi verso il recupero della propria sensualità prima, del piacere e del sesso poi, fino al raggiungimento dello scalino più alto e più ambito, la completezza di amore e sesso, la comunione di vita con il marito Giampaolo Poli.

«Sono stata molto fortunata: per prima cosa ad avere due genitori che mi hanno spalleggiato in modo assoluto, che hanno lottato con me perché potessi ottenere dalla vita tutto quello che una personalità forte e combattiva poteva ambire a raggiungere, anche con mille difficoltà. Mi ha aiutato la bellezza, che aiuta sempre, perché nonostante sia tetraplegica ho un volto gradevole e il corpo è armonioso. E mi ha aiutato il mio carattere, il mio “ego” birichino, che mi ha spinto a osare nell’arte della seduzione e della trasgressione. Almeno finché non ho incontrato Giampaolo. L’amore e il rispetto totale per il mio compagno mi hanno imposto di essere fedele.»

Garlaschelli si sente una donna messa spesso alla prova ma, soprattutto, si sente una donna realizzata, libera e amata. Ha avuto gli incontri giusti e ha affrontato grandi dolori con la forza che è insita nel suo essere.
Barbara mette pura verità in un libro che non ha strettamente a che vedere con la cronaca di fatti. Non volevo morire vergine è scritto con raffinatezza, attingendo a tutti gli stili che la scrittrice padroneggia. È scritto con intensità. È scritto con carica erotica, con ironia. Scorre fluido come un fiume, poi zampilla come una fontana, alla fine, è un delta che sfocia in un mare calmo. Quel mare calmo che è stato principio e fine, che è stato dentro e fuori. Che resta l’elemento in cui è capace di vivere appieno una vera sirena come lei.

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(Barbara Garlaschelli e Giampaolo Poli in uno scatto di Viviana Gabrini)

Mentre ci congediamo al telefono in una giornata di primavera, ottengo il permesso di citare un breve brano da Non volevo morire vergine in questo articolo. Oggi libro e pezzo usciranno insieme.
Immagino la selce di Modì, che è il viso di Barbara Garlaschelli, illuminarsi raggiante in un sorriso: labbra carnose e zigomi altissimi.
All’autrice e al libro auspico una strada lunga di lettori emozionati come lo ero io, fino all’ultima pagina.

Da “ Non volevo morire vergine” di Barbara Garlaschelli:

In quel momento ho capito, anche se poi ci sono voluti anni per metterlo in pratica: essere una donna, essere corpo, sensi, desiderio (da dare e ricevere) era possibile.
Sedurre era possibile.
La mente e il corpo di quella donna viaggiavano insieme, era chiaro.  Lei aveva la consapevolezza di se stessa. Era intera, integra, in pace.
Questa certezza è arrivata mentre lì, in disparte, assistevo al loro scambio di sguardi sublimarsi in un silenzioso corteggiamento. La continuazione di qualcosa che arrivava da un tempo lontano e che si ripeteva nel presente, davanti ai miei occhi.
Non so cosa fosse accaduto a quella donna, se un incidente, una malattia. Non so da quanto tempo fosse seduta su una sedia a rotelle. So che in quell’istante a loro due non importava. Ciò che importava era guardarsi come si guardavano. Con desiderio e una strana calma. Come se tutto il resto non contasse e soprattutto, potesse aspettare.
Avvolta dall’ondata di serenità che emanavano, nutrivo l’assoluta certezza che la donna si vedesse e sentisse bella, non un fagotto come mi vivevo io.
Consapevolezza.
Una strada lunga e possibile.
Quella donna, nel mio ricordo, è rimasta bellissima, bloccata nel fotogramma del tempo (…)

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