Paola Gianinetto ci presenta Chiara Pacilli

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di Paola Gianinetto

Chiara Pacilli, nota conduttrice radiofonica torinese, regista, autrice e amica di Ewwa, ha condotto per noi la serata di presentazione della nostra nuova antologia “Italia. Terra d’amori, arte e sapori”, venerdì 15 maggio al Mood di Torino.

Abbiamo pensato di farvela conoscere, perché Chiara è uno splendido esempio di donna che crede nelle donne, nella rete e nella solidarietà, il valore su cui si basa il principio stesso della nostra associazione.

Ciao Chiara, vuoi raccontarci in breve il percorso umano e professionale che ti ha portata a essere quella che sei oggi? Da dove hai iniziato e dove sei adesso?

Chiara PacilliCiao Paoletta (Ti saluto perché mi hai detto ciao). Ho iniziato a lavorare in radio vent’anni fa (era fine maggio del ’95) perché mi piaceva tantissimo proprio il mezzo di comunicazione discreto, ma unificante, sempre presente ovunque, sia con le stazioni radio più o meno grandi, sia con i cb, i cosiddetti baracchini, le radio a bande cittadine. Siccome certe sere d’estate trascorrevo molto tempo ad ascoltare quello che succedeva su quelle frequenze, che in vacanza usavamo per comunicare con l’ospedale per cui lavorava mio padre (non tutte le case che affittavi per le vacanze allora avevano il telefono e dei cellulari forse non c’era nemmeno nell’aria l’idea) mi era rimasta l’idea che ci fosse un sacco di gente “là fuori” che si faceva compagnia così, e che fosse un pubblico a cui poter raccontare storie, fatti, avvenimenti, emozioni, pensieri, qualunque cosa. Tanti anni di radio con trasmissioni a tutti gli orari e con diversi ruoli – autrice, conduttrice, regista – e poi, un po’ la necessità, un po’ la curiosità, ci si spinge a imparare qualcosa di nuovo. Sono arrivati i reportage, i programmi televisivi, le collaborazioni con i quotidiani e soprattutto i documentari, e tutte queste esperienze sono accomunate dall’unica passione che mi spinge da quando ho iniziato che è proprio raccontare, emozionare, coinvolgere, rendere partecipi oppure consapevoli o semplicemente informare le persone che ti ascoltano, leggono o guardano il lavoro che hai fatto.

Visto che ti conosco da più di vent’anni, so che la radio è il tuo primo grande amore. Il cinema, almeno dal punto di vista lavorativo, è arrivato dopo. Oggi, ti senti più a casa dietro un microfono o dietro una macchina da presa?

Dietro al microfono mi sento a mio agio come a respirare. Mi viene così naturale che ancora oggi mi stupisco. Mi piace perché è il mezzo più immediato per rendere chiunque sia all’ascolto parte della tua curiosità nei confronti della storia che stai raccontando, dell’esperienza che stai vivendo a contatto con qualcuno che stai intervistando. Lo fai per chi ascolta, ed è immediatamente evidente. Quando racconti per immagini la motivazione è la stessa ma c’è un lavoro più complesso, frutto della collaborazione fra tante persone, tutte preziose, i tempi si allungano, e l’immediatezza lascia il posto ad un gioco di equilibri fra immagini, parole, ritmo, musica che è ogni volta una sfida avvincente. E poi mi piace moltissimo che la storia che arriva sullo schermo alla fine, è quella che hai pensato all’inizio del lavoro, ma è arricchita dall’esperienza, spesso fondamentale, che hai vissuto mentre cercavi il modo migliore di portarlo a compimento.

In base alla tua esperienza nel campo radiofonico e cinematografico, quali sono secondo te le difficoltà in più che una donna deve affrontare per farsi strada, rispetto a un uomo? Insomma, siamo ancora al triste punto in cui un uomo è a priori meglio di una donna, o pensi che questo pregiudizio sia stato superato?

Credo dipenda da quale è il tuo ruolo, oltre che dall’intelligenza di chi hai attorno. Quando ho iniziato a lavorare come videomaker non eravamo in molte, ho imparato rapidamente a ignorare gli sguardi insinuanti di certi colleghi e a fare tesoro dei consigli di quelli più esperti. Chi sa lavorare ed è abituato a fare, anziché chiacchierare, uomo o donna che sia, riconosce immediatamente nell’altro la capacità e l’impegno. Questa è la cosa che mi fa ben sperare per un futuro prossimo, insieme al fatto che nelle nuove generazioni la maggioranza non discrimina il genere, qualunque esso sia. Infine si, sono capitati episodi spiacevoli nel corso di questi anni. Alcuni li ho catalogati fra i ricordi senza importanza, azioni stupidamente insidiose che hanno lasciato il tempo che hanno trovato; altri, ma non più di un paio, li ricordo nitidamente e con amarezza, e li conservo nel settore “pessime azioni da non imitare mai”.

Parliamo delle donne, invece. La filosofia di Ewwa, come dicevamo prima, è basata sul concetto che “insieme è meglio che da sole”, sul tentativo di superare particolarismi, invidie e gelosie non solo nel nome della solidarietà femminile, ma anche perché siamo convinte che il successo di una possa diventare il successo di tutte. Nel tuo lavoro, come si comportano le donne nei confronti delle altre donne?

Antologia Ewwa TerraEh, guarda, io lavoro tra radio, tv e cinema, quindi tutti mondi in cui circolano idee, le menti sono aperte e i comportamenti di conseguenza. Noi non siamo mai molte, ci conosciamo quasi tutte e tendiamo a sostenerci. Più che un problema di settore è un problema di individui e certamente il modo migliore per arginare quelli negativi è ritrovare il caro vecchio senso di appartenenza a una “comunità”. La rapacità che ha caratterizzato questi anni mi fa orrore, ma ho usato il passato perché voglio credere che stiamo, per quanto lentamente, prendendo un’altra strada, come esseri umani, ma anche come gruppi di persone, famiglie, società, professionisti.

Ewwa, per come ho vissuto il nostro bellissimo incontro, va in questa direzione ed è ossigeno.  Oppure gas esilarante, perché mi accorgo che in questo momento sto ridendo mentre ripenso all’immagine di “rete” che mi si è installata in mente venerdì scorso quando Elisabetta Flumeri spiegava gli obiettivi dell’associazione: è la rete che protegge gli acrobati del circo, che non solo non ti fa cadere, ma ti rilancia un po’ all’insù.

Ultima domanda. Dal momento che ci rivolgiamo a donne che scrivono, ci dici com’è la Chiara autrice? Che cosa ti dà scrivere un soggetto, una sceneggiatura, creare qualcosa di tuo da raccontare agli altri?

Sono disordinata e caotica, come se vivessi sempre quel momento drammatico del cambio stagionale degli armadi in cui tutti i vestiti dell’inverno sono fuori, ma tutti quelli dell’estate non sono stati riposti ed è quasi ora di cena e tu pensi che dormirai su un giaciglio di magliette, quando all’improvviso invece ogni cosa trova il suo posto. Non scrivo nell’armadio, ma attorno a me c’è quel genere di caos. Cartelloni giganti attaccati al muro, fogli, foglietti, perfino disegni. Li tengo lì anche quando non mi servono più, come se volessi sempre ricordarmi quanto lavoro c’è dietro ai minuti che vedi sullo schermo. Forse perché poter raccontare qualcosa di mio mi sembra un tale privilegio che voglio essere certa di averci  lavorato sodo e al meglio delle possibilità mie e dei mezzi che ho di volta in volta a disposizione.

Paola Gianninetto

Paola Gianninetto

Un pensiero bellissimo: il privilegio di poter raccontare!

Vorrei ringraziarti ancora una volta, non solo per aver condotto la presentazione della nostra antologia con grande competenza ed entusiasmo (e chi era presente sa di cosa parlo: in tutto quello che fa, Chiara ci mette la passione), ma anche perché nei giorni successivi, al Salone del Libro, eri sempre pronta ad acciuffare qualche Ewwa per intervistarla, mettendo il tuo tempo e la tua professionalità a disposizione degli altri – anzi, delle altre – semplicemente perché darsi una mano a vicenda è giusto. E se questa non è solidarietà senza secondi fini, ditemi voi che cosa lo è.

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