QUANDO SCRIVERE AIUTA A RITROVARE NOI STESSI

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di Isabella Giomi

In questa sede non tratterò dei dilemmi della scrittura creativa, delle sue tecniche, di come usare la penna per essere più diretti, efficaci e riuscire ad ammaliare più lettori possibile, no. Non in questa sede. Non insegnerò ad affascinare il pubblico, ma semmai noi stessi.

Quando scrivere aiuta a capirsi, a ritrovare l’equilibrio perso, il giusto distacco dalle cose. Ma vediamo come è possibile.

Giomi_01Natalie Goldman, nel suo saggio “Scrivere Zen”, sostiene  che i nostri pensieri, nell’atto del loro concepimento – e si riferisce a una persona mediamente alfabetizzata – nascono già strutturati dalla grammatica e dalla sintassi che impariamo a scuola, quindi si può  affermare che i pensieri concepiti per dar vita a qualcosa di scritto non sono pensieri nudi e crudi, ma già vestiti e calzati dei nostri apprendimenti di base. Si tratta di un pensare che ci appartiene sì, ma fino a un certo punto.

Il nostro linguaggio quotidiano è pieno di stereotipi e di frasi fatte. A volte sono necessari, comodi ed efficaci, magari ci aiutano a raggiungere certi scopi, li usiamo per far valere meglio certe idee (ad esempio, quando discutiamo con un negoziante che vuole rifilarci qualcosa di fasullo, si usa dire: “non ho l’anello al naso”, espressione efficacissima, che in quel particolare momento può tornarci utile e convincere l’altro, oppure quando qualcuno gira intorno a qualcosa senza arrivare al punto lo invitiamo a “non menare il can per l’aia”).

Giomi_02Di contro notiamo che solitamente i bambini in età pre-scolare a volte sono buffi, originali e creativi nel parlare, proprio perché appunto le strutture grammaticali e sintattiche non hanno ancora ingabbiato il loro pensiero e non possiedono ancora la capacità astrattiva che permette loro di usare i modi di dire figurati. Quindi i discorsi dei bambini sono spesso allo stato puro e privi di sovrastrutture, per questo ci divertono, perché rivelano in pieno il loro pensiero.

Per rendere l’idea di quanto a volte siamo condizionati, basta pensare a quando ci viene suggerita una frase stereotipata: solo accennando  al suo inizio, ci viene spontaneo completarla. Questo perché la nostra rete neurale è ormai stabile e a volte talmente “consumata” che ci porta a seguire sempre gli stessi percorsi.

Ad esempio, se sentiamo anche solo accennare: “le mezze stagioni”, ci viene spontaneo aggiungere: “non esistono più”. Invece bisognerebbe trovare percorsi alternativi per creare nuove reti neurali, inventare nuove frasi, diverse da quelle che ascoltiamo di solito e che sono tanto facili da dire o da scrivere, in quanto ultra-collaudate.

Giomi_03Nel percorso che suggerisco, si parla di scrittura ri-creativa, o addirittura multi-creativa. È questo uno scrivere che ricrea il nostro pensiero, destrutturando le nostre solite abitudini espressive, quelle che alla fine impoveriscono la nostra creatività.

Liberare la nostra espressività è utile perché  ci aiuta a connetterci meglio con noi stessi, con la parte più profonda di noi, e quindi anche con le nostre paure, i nostri blocchi mentali e i nostri condizionamenti. Questa materia è oggetto della psicologia cognitiva, che studia le formulette segrete giacenti al di sotto delle nostre convinzioni, quelle che spesso ci rovinano l’ esistenza, i piccoli “bug” che ostacolano  la nostra felicità. Come in una seduta di psicologia cognitiva, scrivendo liberamente, possiamo così anche entrare in contatto con la parte più vera di noi stessi.

Questo può realizzarsi attraverso una serie di esercizi che mirano a destrutturare le nostre solite sequenze, i nostri soliti percorsi di pensiero.

Si può ad esempio utilizzare la tecnica del caviardage  (letteralmente, dal francese: cavialaggio, rendere cioè nero come il caviale), ovvero un sistema per far parlare le parti più profonde del nostro Sé.

Giomi_04L’ha  creato un’autrice italiana, Tina Festa, autrice del libro “Caviardage, cercare la poesia nascosta”, di Altrimedia Edizioni, la quale ha inventato un sistema artistico-poetico di assemblare in maniera suggestiva, con finalità estetiche (si ricorre anche a collage o a disegni decorativi) delle parole, sfruttando una vecchia pagina di giornale, magari usata per incartare le uova, o un libro destinato al macero, o anche un vecchio sussidiario di scuola; tutto quanto sia cioè in grado di fornire una serie di parole con cui ricostruire qualcosa di poeticamente nuovo. Si parte da una qualunque pagina già scritta e si cerchiano (o si sottolineano o si evidenziano con pennarelli) le parole che ci risuonano in modo particolare, in maniera da assemblarle formando un’originale e nuovissima composizione poetica.

In un certo senso il caviardage, nella sua ricerca di parole, dimostra che non si crea mai dal nulla, ma sempre a partire da qualcosa di già sentito o letto. Insomma, il “nulla si crea e nulla si distrugge” di einsteniana memoria non è mai così vero quanto nel campo poetico. Dal riciclo di parole già usate si rischia cioè di creare un capolavoro nuovissimo.

ESERCIZIO: Servono un pennarello nero, una matita e pennarelli colorati.

Giomi_05Si strappa una pagina di giornale e  gli si dà una scorsa superficiale. Velocemente si sottolineano a matita cinque o sei parole o brevi frasi che ci colpiscono per qualche motivo. Poi si collegano tra di loro con delle frecce, si mettono in ordine cercando un minimo di senso logico, infine, nell’ultima fase, si cancellano con decise righe di pennarello nero le  rimanenti parole del testo che non ci servono (da qui l’annerimento del caviardage). Verrà fuori una serie di parole isolate che designeranno una piccola composizione poetica, formata di parole che in quel momento rispecchiano il nostro stato d’animo.

Il caviardage  ci permette quindi di esprimere parti del nostro autentico Sé, colto proprio nel qui/ora. È il nostro vero Sé che in quel momento parla. Inoltre il caviardage ci consente di eliminare la zavorra emotiva che in quel momento ci opprime, enucleando l’essenziale di noi in quel preciso momento. Serve quindi anche  a trovare la nostra perfetta centratura, ciò di cui noi abbiamo veramente bisogno in quel preciso momento.

Il caviardage può diventare anche un’opera pittorica, con l’uso di pennarelli colorati, acquarelli, stoffe e porporina. Può  essere visto, oltre che come opera poetica, anche come quadro da appendere alla parete, a ricordarci quel particolare momento passato.

Giomi_06Un’altra tecnica, più semplice ma non per questo meno efficace: scrivere una serie di  frasi composte da parole che inizino con tutte le 21 consonanti nell’ordine. Oppure con le vocali, sempre nell’ordine. Poi si ricomincia invertendo l’ordine.

Esempio: abbuffandomi bionda con datteri equivalenti forse guanti ho imparato la morbida nuance o per questo rinunciai solo trastullandomi ugualmente valido zero.

Non vi dà una sensazione di freschezza e di nuovo scrivere in maniera così squinternata ma seguendo comunque un ordine diverso? Un qualcosa che darà una sferzata  ai nostri soliti vecchi schemi abitudinari?

Questi sono solo due assaggi delle numerose possibilità di esercitare la nostra creatività, trovando alla fine la nostra giusta centratura e il nostro equilibrio.

Isabella Giomi, autrice di narrativa, ha pubblicato due romanzi, “La cantatrice muta” e “I pellegrini dell’eterno presente”, per la casa editrice Laruffa, e il saggio “Quando ingrassare è il male minore”, per Amarganta. È naturopata olistica, con una tesi in Scrittura del benessere, argomento  su cui si continua ad aggiornare.

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