RIMINI ospita Il forum europeo per la sicurezza urbana,  per confrontarsi e riflettere sulla prevenzione del radicalismo

0

di Cristina Casillo

Essere associata a  EWWA offre grossi vantaggi e lo scorso maggio ne ho scoperto uno nuovo. Essendo iscritta alla newsletter di Efus (European Forum for Urban Security), ho ricevuto l’invito a partecipare a una conferenza molto interessante: “Seminario europeo:  l’aumento della polarizzazione e radicalizzazione in Europa”.

Ho inviato la mia domanda di iscrizione, risposto a varie domande di routine, ma quando mi è stato chiesto se facessi parte di qualche associazione, non ho esitato a citare EWWA.

Alla conferenza, non ero sola. Con orgoglio ho sfoggiato il pass  con il mio nome e quello dell’European Writing Women Association !

Il Forum Europeo per la Sicurezza Urbana (Efus) è un’organizzazione non governativa nata a Barcellona nel 1987. L’obiettivo dell’associazione è quello di rafforzare le politiche volte alla riduzione della criminalità, oltre a  quella di promuovere il ruolo degli amministratori locali all’interno delle politiche europee.

Efus lavora su tutte le maggiori tematiche relative la sicurezza urbana e crea legami tra gli enti locali europei, grazie alla diffusione di attività pratiche, allo scambio di informazioni ed esperienze, ai rapporti  di cooperazione e ai corsi di formazione. Costruisce legami tra gli enti locali a livello nazionale, europeo e internazionale.

Il Fisu (Forum Italiano Sicurezza Urbana)  ha sede a Bologna, mentre Efus ha sede a Parigi, poco distante dal Bataclan.

20170608_121352

Ogni anno, viene organizzata un’assemblea generale di tutti i membri europei;  lo scorso maggio si è svolta a Rimini. L’occasione è stata sfruttata anche per realizzare a Palazzo Galli  una conferenza  sui mezzi di prevenzione attualmente usati in Europa per contrastare il radicalismo.

In Italia, per quanto riguarda un piano di prevenzione al radicalismo, siamo in ritardo rispetto al resto d’Europa. Nel nostro Paese non c’è uno stato di emergenza, ma gli attentati oltreconfine non accennano a rallentare e impongono l’adozione di misure non solo repressive ma anche di prevenzione.

Repressione sì, ma non basta. Espulsioni, arresti e attività di intelligence sono essenziali ma da sole non sono sufficienti  per contrastare il fenomeno. Lo Stato dovrà collaborare con sociologi, psicologi, criminologi, insegnanti e mediatori culturali, imam riconosciuti e moderati.

Il fatto di non essere in uno  stato di allarme, consente all’Italia di mettere in piedi una strategia a 360 gradi, ma non certo di dormire sugli allori.

Le strategie di contrasto sono due: una di tipo immediato e repressivo che si avvale della collaborazione delle forze di Polizia, dell’intelligence e in parte dell’esercito (strategia definita a  breve termine).  L’altra è di  prevenzione, ha un approccio per un periodo medio e lungo, ma richiede un grande sforzo di riorganizzazione e rivoluzione di tipo culturale.

In Italia non ci sono attualmente vere e proprie strategie, bensì iniziative che coinvolgono scuole e carceri.

Nelle carceri italiane, i detenuti di religione islamica sono sempre in crescita e per il personale di Polizia non è sempre facile interpretarne i comportamenti e riuscire a cogliere eventuali segni di un processo di radicalizzazione. Spesso all’interno delle mura carcerarie i giovani intraprendono la strada verso l’estremismo.

È molto importante il lavoro svolto da mediatori culturali e psicologi in collaborazione con la Polizia Penitenziaria. Viene svolto un programma che si articola in tre fasi. La prima consiste in lezioni sulla fede islamica; la seconda fornisce elementi culturali legati alle tradizioni e ai costumi dei Paesi di provenienza dei detenuti di fede islamica; nella terza invece si procede con un dibattito che offre il confronto e molti spunti di riflessione.

Durante la  conferenza, una delle domande che mi ha maggiormente colpito è stata quella riferita al sesso delle persone predisposte al radicalismo. Non ci sono differenze, sono coinvolti sia donne che uomini appartenenti ai più vari ceti sociali.

4126-2

 A questo proposito, vorrei citare un film che è stato presentato lo scorso agosto al festival di Locarno sulla radicalizzazione delle giovani donne europee, dal titolo : “Le ciel attendra” – “Il cielo può attendere”, di Marie-Castille Mention-Schaar. Tre storie di ragazze che si radicalizzano.

Il film si basa su tre storie parallele. La prima racconta la storia di Sonia, una diciassettenne francese di padre musulmano, che ha tentato di andare in Siria per partecipare a un attentato contro la Francia. La ragazza si ribella alle imposizioni della famiglia che la costringe a non avere contatti con l’esterno. Si ribella ed è decisa al martirio pur di conquistare un posto in Paradiso. Le suppliche della madre appaiono vane, ma pian piano le scelte di Sonia sembrano vacillare.

La seconda storia è quella di Mèlanie, una liceale cattolica che si radicalizza a causa di un contatto su Skype con un ragazzo integralista di cui si innamora. Fa le abluzioni rituali, prega Allah, indossa il velo e anche lei vuole andare in Siria. La madre, ignara di tutto, rimane scioccata quando si trova davanti all’odio che la giovane prova verso di lei e il modo di vivere “impuro” dell’Occidente.

L’ultimo episodio racconta la storia di Sylvie, madre disperata di una ragazza che è già in Medio Oriente.

Le tre vicende sono alternate a sedute di gruppo di genitori. Gli incontri sono coordinati da un’antropologa che in Francia ha creato il “Centro di prevenzione contro le derive settarie legate all’islam”.

In questo seminario è stato evidenziato il problema relativo ai media e all’effetto negativo  che hanno sulla prevenzione, favorendo una visione stereotipata a discapito del confronto e dell’educazione al pensiero critico.

Un anno fa, Francesca Paci ha realizzato un’intervista al filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, scomparso nel gennaio scorso. Penso che essa sia significativa per far riflettere riguardo all’influenza mediatica sul fenomeno, ma anche per infondere coraggio per affrontare il momento che l’Europa sta vivendo.

Riferendosi all’attentato di Bruxelles, la giornalista ha chiesto: “ Ripetiamo che a Bruxelles è stato colpito il cuore dell’Europa. È cosi Prof. Bauman, o si tratta di propaganda jihadista che non dovremmo assecondare?”

La risposta è stata: “Il cuore che i terroristi cercano di colpire è quello dove abbondano le telecamere, sempre assetate di sensazioni nuove e scioccanti a cui garantire attenzione massima per qualche giorno. C’è un numero dieci volte maggiore di persone uccise da qualche parte trai i tropici del Cancro e del Capricorno, ma che non ha alcuna chance di ottenere la stessa visibilità degli attacchi di New York, Madrid, Londra, Parigi o Bruxelles. È invece in queste ultime città che i bisbigli acquistano la forza dei tuoni. A spese minime – un biglietto aereo, un kalashnikov, un esplosivo fatto in casa, la vita di un pugno di disperati- corrispondono a ore interminabili di spazio tv gratis e picconate ai valori democratici da parte dei governi che dovrebbero proteggerli.”

Bauman ha concluso: “Se cediamo alla paura, morirà la democrazia.”

Commenti