CONVERSAZIONE CON ANNA BERTINI SU DUENDE – SECONDA PARTE

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di Sonia Carboncini

La prima parte di questa intervista è disponibile qui

La copertina di “Duende”

Ci sono diversi temi nei tuoi racconti ma a me, personalmente, pare che il collante di tutto sia la nostalgia, una nostalgia dolce e liquorosa come un bicchierino di Malvasia. Nostalgia per un’Italia che non c’è più, per la gioventù, per tutto quello che poteva essere o per gli infiniti mondi possibili che la scrittura dischiude?

 Il mio caro amico Nino Mandato, un uomo che è sempre vissuto in mezzo alla parola scritta, dice che i miei racconti sono pervasi da una “malinconia speranzosa”. La nostalgia gioca di sicuro un grosso ruolo, e le possibilità un altro. Mi piace aprire mondi usando sliding door, e lasciare sempre qualcosa aperto. Mi piace guardare al passato con tenerezza ma non con rimpianto, al futuro con curiosità e pazienza ma senza timore, mi piace che nessuna delle possibilità della scrittura chiuda del tutto fuori un’altra diversa. Ecco oserei dire che la nostalgia è quella di chi ha voglia di prolungare la eco di ciò che ha veduto, vissuto, desiderato.

Scrivo di cose che riguardano tutti noi, come singolo o come società, amo intrecciare i diversi aspetti e temi nei mondi che apro, come a dire che il nostro occhio vigile sull’umanità, la natura, gli esseri, deve stare compenetrato in tutto ciò che facciamo. L’attenzione, il rispetto, la pietas, il supporto, la tenerezza, la meraviglia per il bello, le emozioni, i sentimenti, il sorriso e il pianto, nella mie storie tutto è collegato, quasi indissolubile.

La musica è molto presente nella tua raccolta di racconti, non solo come l’ombra del progetto iniziale, ma come leit motiv. Si parte dal racconto su una radio libera degli anni Settanta, passando al tango, alla musica classica, alla canzone popolare. Prendo spunto da una tua citazione di Borges nel racconto “Sapore di tanghi”: il tango è “convertire l’oltraggio degli anni in musica”. Parlaci del tuo rapporto con la musica: anche qui la cifra è la nostalgia?

 Musica e scrittura convivono nella mia vita, si danno la mano, dalla più tenera età. Il mio scrivere si nutre di musica, è spesso ispirato da quella, non solo a livello di invenzione ma anche proprio a livello tecnico. Se una frase non suona, o non danza, non è pronta. È come un’ossessione. Il ritmo, la musicalità, il suono, il rumore il silenzio. Melodia e Armonia. La mia sete di musica, di differenti stili, di differenti tipi, va di pari passo con la mia sete di mondo e di vita. Scrivevo nascosta di notte, oppure ascoltavo la radio, sotto le lenzuola nella mia cameretta di adolescente. Suonavo la chitarra o scrivevo seduta sul davanzale di una finestra affacciata su un terrazzo minimo di una casa popolare. Non posso separare la musica dalla parola. Sono allacciate per me.

Il nostro comune “ispiratore” Tabucchi ha detto una volta una frase bellissima e per me molto vera a chi gli chiedeva come facesse a scrivere, quale fosse il suo metodo, da dove prendesse ispirazione: “Una volta alla settimana chiuditi in camera tua, stacca il telefono e mettiti a fissare il muro per un pomeriggio. Io lo faccio ancora oggi, alla mia età”. Al di là della forma paradossale credo che questa frase sia tipica di una concezione dello scrivere “alla vecchia” che consiste in un tirar fuori, più che in un metter dentro. Cosa ne pensi?

La copertina di “Profusioni”

Pensa che su questa frase di Tabucchi ho costruito un intero articolo, commissionato da una rivista letteraria, che parla proprio dell’eredità letteraria dello scrittore. Non volendo ho già risposto sopra: certamente scrivere è tirare fuori. Anche se scrivi di attualità a meno di essere un giornalista di cronaca tu scrivi dell’impatto che una notizia ha dentro di te, di cosa ti ha scolpito nel profondo. Sul muro bianco di Tabucchi, che è il mio lavare i piatti a mano, il guardare ore fuori di finestra,  l’osservare i passanti sul lungomare e le piante in giardino, il mio isolarmi in una bolla di pensieri anche se sono alle poste, dal dottore, in aereo o in mezzo alla piazza del mercato, si proiettano in modo autentico e chiaro le storie, i pensieri che ho elaborato dentro di me. Sono grata a Peter Handke di un titolo; “Die Innenwelt der Aussenwelt der Innenwelt” che in italiano suona “Il mondo interno dell’esterno dell’interno”. Non sono vere poesie, sono frasi brevi e asciutte che descrivono bene la sensazione che io provo spesso: è tutto fuori e dentro di me, contemporaneamente, e quando ne scrivo, è perché l’immagine dentro e quella fuori, si sono compenetrate.

Grazie, Anna, per questa bella chiacchierata e tanti auguri per il tuo percorso di autrice.

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