Il concorso “Donna sopra le righe”, parte 2: intervista a Lorenzo Degl’Innocenti

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di Laura Massera

Questo è il secondo dei tre articoli-intervista offerti da Echidna Editing e dedicati al concorso letterario “Donna sopra le righe”. Tocca oggi al frizzante Lorenzo Degl’Innocenti, uno degli attori che durante la cerimonia di premiazione hanno sussurrato le frasi dei premi degli anni scorsi per poi passare a leggere alcuni dei bei racconti vincitori del premio. Carriera intensa, piena di importanti presenze e amore per l’arte di cui si fa portavoce.

Lorenzo, ho letto che hai studiato recitazione a Firenze, per poi spostarti a Bologna e poi virare alla volta di Genova (Wikipedia docet…). Raccontami qualcosa di te e della tua vita teatrale. Qual è l’aspetto del teatro che ti intriga maggiormente e ti ha spinto a intraprendere questa strada?

Quella voce wiki non l’ho scritta io, infatti l’episodio di Genova è vero in parte. Ero lì per accompagnare un amico, fargli da spalla al provino e ci hanno presi tutti e due, ma io non avevo in programma di stare a Genova… ecomunque al secondo provino non mi hanno preso.

Ecco l’affidabilità della rete!

Ho cominciato a fare teatro verso i 15 anni, o meglio, è stata mia sorella che, vedendomi timido in modo quasi patologico, ha deciso di iscrivermi a una scuola di teatro. Il primo giorno di corso ero terrorizzato, dovevamo salire sul palco e dire qualcosa di noi, io mi sono avviato sul palco e appena ho messo piede sulle tavole di legno ho sentito che quello era il luogo dove tutto tornava al suo posto, una bolla di perfezione. Potrei descriverti l’odore, il rumore, la luce. Ricordo tutto, perché è stata una scoperta vera. Poi corsi di teatro, un po’ come tutti, incontrando maestri sempre più bravi; dal teatro dialettale a quello politico. Tutti ugualmente grandi. Sono stato fortunato, perché ho fatto quello che si chiama “l’attor giovane” con attori ormai grandi, anziani, e ho rubato tutto quello che potevo.

Tutti ugualmente grandi? Non hai un regista preferito? Con cui ti sei trovato meglio? Non dico migliore in senso assoluto, ma migliore per te.

Sì, ma sono più di uno: Franco di Francescantonio era uno degli attori più straordinari che abbia mai visto all’opera, l’ho seguito in ogni modo, come direttore di scena, come tecnico luci, fonico e attore; poi Albertazzi; e Arnoldo Foà, una specie di padre.

Sei stato fortunato, sì. Domanda scorretta (puoi non rispondere): come ti trovi con Maria Luisa Bigai? Che storia professionale ti lega a lei?

Conosco Maria Luisa da un bel po’, ci siamo incrociati e stimati. Lei è un vulcano di idee, di creatività e di gentilezza, che non è dote scontata e poi, come hai potuto vedere, capisce le persone e le sa mettere insieme.

È stata grandiosa l’operazione che ha fatto a Chianciano, sono rimasta davvero a bocca aperta per la vostra bravura e per la complessità degli elementi inseriti. Tornando a te: qual è a tuo avviso il teatro italiano più bello e qual è il pubblico italiano che dà maggiore soddisfazione?

A me piace tanto il teatro di narrazione, per dire: Paolini o Marco Baliani. Ma ultimamente devo dire che Fabrizio Gifuni è meraviglioso. Adoro il teatro di Servillo, ma mi piace stare a teatro, sempre, è il rito, che mi attira.

Il rito in che senso?

Il teatro è un rito. C’è uno che arriva in un posto, che possiamo chiamare palco, e un altro si siede e lo ascolta: è un rito. Pensa alla messa

Passiamo adesso a IoSempreDonna e alla sua manifestazione Donna sopra le Righe. Da quanto tempo partecipi a questa manifestazione e come ne sei entrato in contatto?

Nell’ estate del 2015 ero a Monticchiello con un mio spettacolo. Maria Luisa e Luana erano lì, a fine spettacolo mi hanno chiesto di partecipare, così è stato.

L’esperienza di Chianciano è molto diversa dal tuo normale lavoro di recitazione o ne fa parte semplicemente come una forma diversa della stessa materia? Vista la tua risposta sul rito direi che ormai conosciamo la risposta.

Da qualche anno mi dedico al teatro legato alla letteratura. Ho lavorato con tanti scrittori, realizzato audiolibri e creato spettacoli che avvicinino il pubblico alla lettura e alla poesia, quindi in un certo modo nelle mie radici c’è già questo tipo di approccio, però l’esperienza di Chianciano è tutta particolare. Ti spiego: l’argomento è terribile, perché, è inutile nasconderci, raccontare il dolore, quel dolore, è difficile. Avendo l’autore vicino, normalmente, ti senti sempre osservato, giudicato. Ma a Chianciano non succede. ti lasci andare completamente, perché quello che fai ha un senso nuovo, ti lasci andare così tanto che quelle parole diventano le tue. Quando siamo entrati in sala e abbiamo declamato ognuno poche righe di un brano fatto anni fa, ci siamo subito resi conto che stavamo entrando nelle persone, dagli occhi, dalle orecchie, dai pori alla sesta parola io avevo la voce che mi tradiva. Ero così tranquillo che mi sono regalato tutta l’emozione di quelle parole. È stato importante.

Nel teatro normalmente avete copioni da imparare o da seguire ma si tratta comunque sempre di traduzioni e mai di testi interi. Com’è invece recitare un testo letterario integro? Che relazione trovi ci sia tra recitazione e scrittura nella sua accezione più stretta?

Leggere uno stralcio ti lascia sempre con un po’ di vuoto, perché vuoi sapere come va a finire. Leggere un brano intero, bello, hai comunque un vuoto dentro, perché è finito ed è un po’ come salutare qualcuno a cui hai voluto bene.

Questa è una delle cose strazianti della lettura in generale. A me accadde leggendo Q, alla fine mi misi a piangere, non per la storia ma perché era finito il libro.

Fa tutto parte di una stessa necessità, quella di raccontare. Siamo fatti di racconti, tutti quanti, di quelli che abbiamo sentito e che ci hanno formato e di quelli che facciamo agli altri per farci riconoscere.

Avevo pensato di chiederti se tu pensi che questa manifestazione sia efficace per le donne che partecipano e non solo, ma preferisco chiederti se è efficace per te: cosa ti ha lasciato Chianciano?

È efficace per le donne prima di tutto, ecco, vedi,la letteratura serve anche a questo; quando leggi di sentimenti, passioni o dolori a cui non hai dato un nome, capita che tu legga che quelle cose che hai provato, le raccontano altri, allora pensi che non sei solo, che quelle cose ora per te hanno un nome.

Scherzi che la letteratura fa spesso.

Mentre venivano fatte le letture guardavo le donne del pubblico, annuivano ascoltando quello che le autrici avevano scritto, come a dire ” sì, è proprio così” “l’ho vissuto anche io”, quindi i racconti servono a non sentirsi soli.

Per quanto riguarda mebe’, ho portato a casa la sensazione che le cose avessero un loro posto, un po’ come quando sono salito sul palco la prima volta.

Lasciaci una riflessione per il futuro, tuo, nostro, di Chianciano, della letteratura, del teatro, di quello che senti di più.

Ti racconto della serata dopo il premio. L’euforia di quella serata ancora non mi abbandona.Quando a un certo punto siamo saltati su a ballare…e ti ricordo che io sono stato un timidissimo, ho sentito che anche quello era un rito. C’era un’allegria sincera ma anche un po’ forzata. Era come se avessimo trovato tutti insieme il modo migliore di celebrare la vita.

Sembrava una specie di Sabba meraviglioso, ancora una volta un rito. A un certo punto mi sono fermato e mi sono guardato intorno, ho pensato che la maggior parte delle persone intorno a me avevano o avevano avuto un tumore, ed erano lì, a ballare e a celebrare la vita: mi sono commosso, e allora ho ballato più forte, per me e perché era la cosa giusta da fare.

Sì, è così che si fa: quando la vita ti mette alla prova tu devi ballare più forte. Altrimenti non saremmo state lì, noi e voi, non si sarebbe creata quell’energia così potente.

È difficile da spiegare, ci ho provato una volta a casa, ma non c’è modo. Mi piace pensare di esserci entrato come persona, grazie al mio essere attore.

La vostra temporanea compagnia ha trasformato dei simpatici raccontini in qualcosa di scoppiettante, vibrante, vivo. Bravi e ancora grazie.

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