JAMES HILLMANN E LE STORIE CHE CURANO – PRIMA PARTE

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di Roberta Andres

In “Le storie che curano” James Hillman, noto psicoterapeuta di matrice junghiana, identifica il potere di guarire della psicoterapia con la capacità di continuare a raccontare se stessi in sempre nuove letture immaginative delle proprie storie. Noto come fondatore della cosiddetta “Psicologia dell’anima”, cui dedica la gran parte dei suoi scritti, (L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Il codice dell’anima, Il suicidio e l’anima, Fuochi blu), nell’individuarne i capisaldi parte da ciò che di poetico enunciò Sigmund Freud: “Io sono uno scienziato per necessità, non per vocazione. La mia vera natura è d’artista” (1).

Freud stesso ammetteva infatti che il suo sogno era quello di restare un letterato pur essendo medico e già nel presentare nel 1905 la storia di Dora, immaginava dall’altra parte dei “lettori profani” a cui rivolgersi anche come scrittore. Nell’oscillare della sua posizione tra le due grandi tradizioni, scientifica e umanistica, Freud inventa con il resoconto dei suoi casi clinici un nuovo genere letterario e adottando elementi come dissimulazioni, suspense, curiosità a discapito delle verificabilità empirica, rende per la prima volta le storie cliniche un modo specifico di fare narrativa. In realtà, nelle sue storie/resoconti, paziente e medico potrebbero essere sostituiti dai personaggi che incarnano. Ciò che viene elaborato in racconto non è tanto la storia personale di eventi oggettivi che riguardano un singolo individuo, quanto la trama delle psicodinamiche che vengano messe in scena e questo rende universale la trama sottostante.

Dice Hillman a riguardo: “È a partire da questo momento che tutti noi che ci muoviamo nell’ambito della psicoterapia non siamo più empiristi medici, ma siamo operatori di storie” (2).

Abbiamo già trattato in un precedente articolo Erving Polster (3), rappresentante del psicologia della Gestalt, che come Hillman vede la psicoterapia come un processo estetico-artistico. Sulla stessa linea di sviluppo si pone Hillmann, che suggerisce: “Era la storia, non lei, che aveva bisogno di essere curata; aveva bisogno di essere reimmaginata” (4).

Hillman ci dice che le trame che l’anima racconta mostrano come tutto sia connesso e abbia senso, passando dalla domanda del “che cosa accadde”al “perché avvenne?”. Freud ideò una trama adatta a tutti i tipi di storie, a cui diede il nome di un mito, quello di Edipo. Jung, considerando troppo selettivo e schematico questo unico modello, propose una trama, la teoria degli archetipi, molto più complessa e sfaccettata. Egli infatti si interroga anche sul “perché” di ciò che accade, nel senso di quale idea archetipica sia all’opera in quella storia. Poiché “Tutto può essere fondato sulla natura umana, ma la natura umana si fonda su cose che stanno al di là della natura umana” (5).

Al di là però dei personali stili narrativi, ciò che questi grandi della psicoanalisi condividevano era il considerare i racconti di vita strutturati sulla logica selettiva e orientatrice di un mythos presente nella psiche.

[si ringrazia la dott.ssa Mizar Specchio per i riferimenti bibliografici]

  • Freud in J. Hillman, “Le storie che curano”, Cortina Editore, 1983
  • Hillman, “Le storie che curano”
  • Polstner, Ogni vita merita un romanzo
  • Hillman, “Le storie che curano”
  • Hillman, “Le storie che curano”
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