JAMES HILLMANN E LE STORIE CHE CURANO – SECONDA PARTE

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di Roberta Andres

Freud, “scoprendo” e narrando la tragedia di Edipo, pose le basi della psicologia fondata sulla poetica, perché come suggerisce Hillman le trame sono miti ed è in essi che si possono rintracciare le risposte di fondo del perché di una storia. Ciò che lui definisce “base poetica della mente”, cioè l’attitudine della mente umana a percepire gli avvenimenti in una successione logico-cronologica, riconosce la natura umana in forma di mito, riconoscendo in questa logica il dispiegarsi dell’interagire dell’umano e del divino.

La retorica dell’archetipo è ciò che ci spinge a rileggere la storia di ciascuno di noi alla luce del mito e il modo in cui si immagina, e dunque si narra, la propria storia è anche il modo in cui prende forma la terapia. Dunque per trovare gli Dei (nel senso di archetipi), che sottendono all’agire umano anche in un’epoca laica come la nostra; è necessario esplorare il modo in cui elaboriamo le storie cliniche.

In questo senso lo sguardo all’interiorità degli eventi non rappresenta più un qualcosa di “privato” di un singolo Io, bensì l’atteggiamento soggettivo che interiorizza quegli eventi. L’originaria distinzione tra storia d’anima e caso clinico non ha più ragione di sussistere, poiché la storia clinica è uno dei tanti modi che ha l’anima per parlare di sé, un processo psicologico attraverso cui un avvenimento “si fa anima” e quindi tutto quanto Hillmann afferma nei suoi testi non vale solo per il paziente in terapia ma per ogni persona che vive.

La temporalità storica viene filtrata dal processo immaginativo della mente, quasi in una sorta di digestione della materia grezza della vita, “guarendo” i racconti dai residui non metabolizzati. Non a caso il fare psicoterapeutico, che segue l’operosità dell’anima, non è nient’altro che un tornare più volte sul materiale a disposizione per masticarlo in nuove trame.

L’arte della digestione, dice Hillman, rappresentata da Saturno, il divoratore archetipico del tempo storico, è unita quindi a quella del muoversi tra le immagini. Arte ermeneutica quest’ ultima di connettere mondi diversi, in cui Ermes, la guida delle anime, persuade delle finzioni interpretative che emergono e dei messaggi ad esse collegate.

In analogia a quanto accadeva nel processo di catarsi nel teatro greco, la guarigione terapeutica passa attraverso il calarsi del paziente nel ruolo del personaggio rappresentato, diventando protagonista di una finzione. La catarsi permette un dionisiaco “purgarsi” dal letteralismo dei fatti individuali, partecipando ad una commedia universale del “come se”. E nel recitarla permette di osservare in trasparenza dal suo interno la coerenza dinamica dei miti che in essa si dispiegano, servendosi del potere intuitivo e poetico della mente di creare un cosmo e dotarlo di senso. Liberati dunque, dal bisogno di dover essere “accaduti” in un dato modo e momento, i ricordi degli eventi diventano immagini a-storiche, ovvero archetipiche, nel loro potenziale di non essere mai accaduti e ugualmente dell’ “essere sempre”.

Guarire dunque la memoria, restituendole la sua dimensione immaginativa, che ci porge le favole e i miti come se fossero fatti. Ascoltare le finzioni storiche che la mente utilizza per dirci dove siamo, per cogliere di quale tipo di storia terapeutica abbiamo bisogno. Accogliere gli eventi ricordati come immagini, “a metà strada tra il mondo dell’adesso e le impercettibili eternità dello spirito” (1).

L’attività terapeutica diventa così una sorta di esercizio immaginativo che recupera la tradizione orale del narrare storie, che dona il trovare se stessi nei miti, luogo ove gli Dei e gli uomini si incontrano. Esercitare quindi ciò che Hillman chiama la “dulia”, il compito umano di servire le immagini e prendersene cura, poiché cariche di anima: “le nostre immagini sono i nostri custodi, così come noi lo siamo di loro” (2).

Compito della psicoterapia e della letteratura è educare e accompagnare, pertanto, alla capacità immaginativa, nell’eterno rispondere all’interrogare continuo di “cosa l’anima vuole”. Consapevoli, avverte Hillman, che non tutto andrà bene, che un margine della domanda non troverà risposta definitiva, e che la tensione rigenerante che muove la psicoterapia non è tanto il sapere “cosa” l’anima vuole, quanto piuttosto l’essere consapevoli e l’aver cura del fatto “che” essa vuole qualcosa.

 [si ringrazia la dott.ssa Mizar Specchio per i riferimenti bibliografici]

  • Hillman, “Le storie che curano”
  • Hillman, “Le storie che curano”
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