Magnetico Nord – seconda parte

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Intervista a Emilia Lodigiani

di Sonia Carboncini

La prima parte di questa intervista è disponibile qui:  https://ewwa.org/magnetico-nord-prima-parte/

Lei ha ottenuto all’estero e in patria forse più riconoscimenti di Umberto Eco, eppure mantiene un profilo molto discreto: è un tratto del suo carattere o una conseguenza dell’essere donna?

Non so quali onorificenze abbia ricevuto all’estero Umberto Eco – che evidentemente non se ne è mai molto vantato neppure lui! – ma se davvero ne ho avute più io, mi sembra un’ulteriore prova a favore dei “nostri” paesi nordici, che dimostra una volta di più il peso e il valore che danno alla cultura, riservando attenzione, collaborazione e riconoscimenti a chi promuove la loro letteratura. È una costante della loro storia – già il Premio Nobel ne è un noto esempio – e i risultati dovrebbero essere evidenti a tutti, visto che i nordici sono sempre ai primi posti nelle graduatorie dei paesi più innovativi, più democratici, più trasparenti, con più equità sociale e di genere e, adesso, addirittura più felici e con i migliori cuochi del mondo! La cultura evidentemente serve.

Ma tornando alla domanda, credo che sia del tutto legato all’educazione: l’understatement era nella natura di mio padre, usato e apprezzato in tutte le sue manifestazioni, compresa come forma di humour, che ritrovo anche nei nostri autori nordici. “Chi si loda imbrodola” non è forse un motto attuale, ma nel passato era più diffuso, e sicuramente inculcato in famiglia. Mi piace tenermelo per detto.

A parte le letterature, cos’è nello stile di vita dei paesi nordici che più l’affascina?

Sono moltissimi i lati che apprezzo, anche se sicuramente non sono esente da un po’ di idealizzazione, dovuta anche a una visuale un po’ particolare, dato che i rappresentanti di quei paesi che ho più frequentato e che conosco meglio non sono definibili esattamente gente comune. Comunque, anche escludendo la categoria a parte degli artisti, nella mia lunga esperienza di rapporti di lavoro, soprattutto con gli scandinavi, ho quasi sempre trovato un’eccezionale correttezza, lealtà e una rara visione di lungo termine: resto convinta che se avessimo avuto a che fare con altri paesi avremmo perso negli anni molti dei nostri scrittori di successo. Mi piace la loro mancanza di formalismo – non di cortesia e forma – perfino nei pranzi ufficiali con reali e ambasciatori. Un atteggiamento che si può riassumere nella duplice caratteristica di democraticità e di una generale interpretazione del proprio ruolo come servizio più che potere. Possiamo parlare ancora di etica protestante? Inoltre è una società che dedica molta attenzione anche ai dettagli della vita quotidiana dei singoli – le panchine per strada, nei supermarket, ai grandi magazzini, le leggerissime seggioline pieghevoli da portarsi in giro all’ingresso dei musei, le informazioni sempre chiare in varie lingue, tanto per fare qualche esempio pratico – i cittadini sono trattati da adulti ragionanti e pensanti, informati e coinvolti in anticipo nelle decisioni che li riguardano. E in generale c’è un radicato rispetto per gli altri avvertibile a tutti i livelli, già nell’educazione dei bambini. Non voglio suonare encomiastica e generica: parlo per esperienza personale di ognuno di questi aspetti. Ovviamente non sono esenti da difetti, ma credo sia normale apprezzare negli altri quello di cui si sente maggiormente la mancanza in patria. E a volte ci sono cose così semplici che non costerebbe niente imitarle. Altri invece sono tratti che proprio non ci appartengono, come quel pragmatismo antiideologico che ha portato a esperimenti sociali ed etici, soprattutto in Olanda e in Svezia, di cui ammiro il coraggio e le buone intenzioni, ma che sono spesso discutibili e hanno anche a volte avuto effetti umani catastrofici.

Basandosi sulla sua esperienza di paesi dove si legge molto: perché in Italia si legge sempre meno?

Per fare della bassa sociologia, è chiaro che il clima e il fatto di essere sempre stati un paese di vita sociale comunitaria (la famiglia, gli amici, la piazza, il bar, il cortile ecc.) non hanno mai favorito la lettura, che è un’attività solitaria. Inoltre, tra le cause storiche che ci distinguono dai paesi nordici, c’è il fatto che mentre la Riforma protestante spingeva alla lettura individuale della Bibbia, da noi c’era la proibizione di leggere i testi sacri senza l’intermediazione della chiesa. Poi mi sembra che la chiesa sia stata sostituita dalla tv come educazione alla passività e al lasciarci dire cosa pensare. Nessuno ci ha mai stimolato alla lettura e al giudizio indipendente. Anche a scuola, perfino all’Università, ci è sempre stato chiesto di ripetere quello che diceva il professore più che crearci un giudizio personale e saperlo difendere, come è nell’educazione anglosassone. Si studia la storia della letteratura, quindi di nuovo un approccio preconfezionato, molto più di quanto non si venga incoraggiati alla lettura e al godimento diretto dei testi. In tutto il corso degli studi, la lettura non veniva mai presentata come un piacere, ma sempre come un dovere o come qualcosa di utile, che deve “servire”. Inoltre ci sono delle statistiche da ricordare, sul nostro tasso di alfabetizzazione: Non dimentichiamo che nel 1861 i paesi nordici erano alfabetizzati al 90%, noi eravamo ancora per l’80% analfabeti e nel 1950 ancora per il 13%. (Senza contare le attuali terribili statistiche sui così detti analfabeti funzionali, che sarebbero il 70%). Comunque, essendo un’ottimista di natura, cerco e vedo segni positivi come il fatto che i bambini adesso leggono molto di più. Secondo le ultime statistiche oggi il 65% dei bambini in età prescolare legge almeno un libro all’anno, contro il 41% degli adulti, l’editoria per ragazzi è cresciuta già solo l’anno scorso del 7%. Qualche speranza che i giovani lettori mantengano anche dopo la buona abitudine forse possiamo averla, se non si perderanno tra i social.

Si vive di scrittura in quei paesi?

Si può vivere di scrittura. Intanto il 90% della popolazione legge libri e quindi, nonostante gli abitanti siano meno numerosi, i mercati non sono lontani dal nostro, molti autori (inclusi i nostri) spesso scrivono per diversi generi: romanzi, poesie, drammi, libri per bambini, saggi, articoli per giornali, diversificando quindi le possibili fonti di guadagno. Inoltre ci sono varie forme di sostegno pubblico agli scrittori: dall’acquisto di migliaia di copie di libri da parte delle biblioteche (moltissime, capillari e funzionanti) a borse di lavoro di due o tre anni, a residenze gratuite o incarichi temporanei anche organizzativi nel campo della cultura (Istituti di cultura, di promozione di lingua e cultura all’estero, teatri, enti vari).

EWWA è un’associazione di donne che si occupano di scrittura in tutti i suoi aspetti: narrativa, poesia, sceneggiatura, traduzione, editing, editoria. Lei rappresenta un modello e una fonte d’ispirazione. Quando legge un testo per Iperborea, vi individua la scrittura al femminile, o ci sono solo buoni o cattivi scrittori? Se individua una specificità nell’approccio femminile alla scrittura, me la può definire in poche parole?

I libri che riceviamo in lettura sono già stati pubblicati da un editore nordico e noi stessi li abbiamo già selezionati sulla base di presentazioni, giudizi o recensioni che ci hanno fornito, quindi quando leggo non sono “neutra”, ho già delle idee e delle aspettative, che non sono mai legate al genere dell’autore, ma ai temi, alle storie e alla scrittura. Comunque è vero che a volte individuo delle caratteristiche che uso per comodità definire femminili, tipo: una maggiore attenzione ai problemi pratici della quotidianità, al vissuto, ai rapporti personali, un maggiore intimismo o psicologismo, una scrittura più elusiva, più “poetica”, oppure all’opposto estremamente concreta, che rifugge – quasi per sfida – da una ricerca estetica, o provocatoriamente spinta. Le definisco “femminili”, ma sono caratteristiche che si possono benissimo trovare anche in romanzi scritti da uomini. E devo confessare che sia che siano opera di scrittrici come di scrittori, normalmente sono libri che ho una certa tendenza a evitare, come editrice e come lettrice. Peggio di così non potevo rispondere, vero?

Ringrazio di cuore Emilia Lodigiani per la sua passione e per questa bellissima chiacchierata.

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