Mondi di carta. Intervista a Romana Petri

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di Sonia Carboncini

SECONDA PARTE

[per leggere la prima parte di questa intervista: https://ewwa.org/mondi-di-carta-intervista-a-romana-petri/]

Si dice che i grandi scrittori raccontino sempre la stessa storia, ma in modo talmente diverso che i lettori se ne accorgano giusto quel poco per sentirsi a casa senza perdere la curiosità. Trovo che in molti dei suoi romanzi si rifletta il trauma della perdita di suo padre e la nostalgia che ne consegue. Grandi personalità lasciano vuoti grandi. In particolare, Il mio Cane del Klondike mi è parsa una storia analoga a quella del Ciclone: un grande personaggio irruento, generoso, difficile da gestire che entra nella vita di una donna sola, rendendola complicatissima, ma con l’ineluttabilità del destino. L’amore non è un sentimento facile? È sempre così border-line?

 L’amore, come diceva Stendhal, non esiste. In realtà è pura cristallizzazione. Siamo noi che quando incontriamo una persona la ricopriamo di bellurie inesistenti. Ne facciamo degli addobbi natalizi che poi, finite le feste, vengono tolti. Ma diceva anche che quando si incontra il vero amore, allora quello è un miracolo così grande che potrebbe anche farci credere all’esistenza di Dio. Ecco, un po’ la penso così. Il vero amore dovrebbe essere una perfetta compatibilità, mai il trionfo di uno solo, ma il trionfo di entrambi. E dovrebbe durare tutta la vita senza mai un’offesa. Ma quanti ce ne sono? E allora, per provare forti emozioni, spesso è proprio il border-line ad essere scambiato per amore. Ma questi amori offrono solo due possibilità: o finiscono (e allora siamo fortunati) o ci distruggono. Ma questo succede nella vita. Il bello della letteratura è che può rendere possibile anche l’impossibile. Tanto, è solo carta.

Parliamo di Osac, il protagonista del suo romanzo appena uscito. Il riferimento a Buck de Il richiamo della foresta è esplicito, come si deduce dall’esergo del libro. Lei è riuscita a fare di questo cagnone non una macchietta e nemmeno uno di quegli animali stucchevoli, quei gingilli di moda, ma un vero e proprio personaggio letterario. Leggendo tutte le disavventure che capitano alla protagonista, e seguendo un suo paragone, mi chiedo: perché le donne amano sempre il mascalzone?

Ci hanno allevate male e non siamo riuscite ad emanciparci. Nonostante tutto non ci siamo riuscite. Non so nemmeno se ci riusciremo mai. E lavoriamo troppo di fantasia. Siamo capaci di innamorarci di un biondo per la sua brunità. Voler essere felici, purtroppo, è proprio questo continuo credere nell’illusione. Se c’è una parola che sono arrivata a detestare è sognatore. Non solo non ci vedo più nulla di positivo, ma addirittura il male puro. È colui che si inganna, e chi si inganna sa fare e farsi molto del male. Il dizionario parla chiaro: “Persona che insegue un proprio mondo di aspirazioni e di ideali illusori e inconsistenti”.

In una recensione ho letto che nella sua scrittura c’è umorismo. Io trovo che ci sia qualcosa di più viscerale: li chiamerei sprazzi di felicità, di quelli che fanno ridere a crepapelle e fanno levitare canticchiando un motivetto. Questa è lei, vero?

Sì, credo di essere proprio io. Almeno è quello che dicono di me le persone a me più vicine e soprattutto mio figlio. Quegli “sprazzi di felicità che fanno ridere a crepapelle” come dice benissimo lei, mi hanno salvata dalle situazioni più difficili. E poi anche un certo senso pratico della vita che non mi abbandona mai.

Restando nel campo animale, non sopporto tutti quei filmati e quelle foto, che si vedono in rete, di cani e gatti vestiti, incartati, addobbati, strumentalizzati, usati, esibiti come fossero giocattoli o trofei. Lei che ne pensa? Crede che il suo romanzo, la storia di Osac, aiuterà a far capire, come dice un mio amico scrittore, che i cani sono angeli che si prendono cura di noi e non viceversa?

Il Ciclone diceva che i cani “sono angeli venuti in terra a miracol mostrare”. Onestamente vestirli come dei clown mi fa un po’ impressione. Il rapporto uomo animale, soprattutto oggi, dovrebbe aiutarci a capire cosa vuol dire avere un pezzo di natura in casa. Perché loro sono proprio questo: natura. Ed è vero, sono dei grandi terapeuti. Sono loro a capire perfettamente la nostra lingua. Una frase che mi manda in bestia è: sembra che gli manchi la parola! Ma loro ce l’hanno eccome, fatta di tante cose: tic, movimenti, bagliori, tenebra e voce, tantissima voce. Io ho cercato di farlo capire ne Il mio cane del Klondike. I cani, e tutti gli altri animali, parlano perfettamente. Gli uccelli, per esempio, a volte cantano solo per il piacere di farlo. I gatti, in natura, non emettono suoni se non per lottare e amoreggiare; tutte le vocine flautate che fanno in casa sono per noi, è il loro modo di parlare. E gli asini curano addirittura l’autismo. Non c’è dubbio, ci aiutano moltissimo. Ogni tanto bisognerebbe rileggere L’Asino d’oro.

Ho letto in un blog che qualcuno l’ha accusata di incoerenza per aver anteposto la sicurezza di suo figlio all’amore del cane. Gli integralismi sono tutti spaventosi e spesso anche stupidi. Aveva considerato quest’aspetto e quanto la disturba?

No, non mi disturba. Solo che non riesco ancora (non ci riuscirò mai) a capire come un elemento della trama possa disturbare. Il mio, poi, è un romanzo sull’abbandono, un abbandono che si può estendere a tutti, non solo a Osac. Chi non si è sentito almeno una volta abbandonato? Sarebbe stato un libro strano se con un cane così, un diverso, “l’altro”, fosse finito con mamma, figlio e cane tutti contenti. Questo è un libro sulla problematicità, su come affrontarla, è un libro sul lato oscuro, quello degli altri, ma anche il nostro. Mi piace citare lo psichiatra Eugenio Borgna quando dice che i pazienti non si curano, è possibile soltanto insegnare loro a vivere con la loro ombra. Nel romanzo cito Batman, quando dice: “Io sono le mie paure e dunque non posso avere paura di me”. È un romanzo sull’inquietudine, ma anche sulla cura che ci si prende l’uno dell’altro, sull’amore che è un inclinarsi, un protendersi verso l’altro. Gli animali lo imparano da noi, ma migliorandone il concetto perché non conoscono la doppiezza, l’ambiguità, la nostra imperfezione morale.

Continua …

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