Mondi di carta. Intervista a Romana Petri

1

di Sonia Carboncini

PRIMA PARTE DI TRE

Romana Petri, romana, con una vasta cultura letteraria, traduttrice dalle lingue neolatine di autori importanti, tra i quali il Nobel Le Clézio, promotrice di un progetto editoriale di tutto rispetto come Cavallo di Ferro, giornalista, ha pubblicato finora sedici romanzi, ha vinto premi prestigiosi quali il Mondello (2 volte), il Rapallo, il Grinzane Cavour, è stata due volte finalista allo Strega (1998 e 2013); il suo penultimo romanzo Le serenate del Ciclone (2015) è stato un successo di pubblico e l’ultimo, pubblicato due anni dopo, Il mio cane del Klondike, a due mesi dall’uscita è già in ristampa per i tipi di Neri Pozza. Con un tale palmarès non c’è dubbio che oggi Petri sia una delle scrittrici italiane di maggior successo, tradotta anche all’estero. Ci ha concesso una bellissima intervista, per la quale la ringrazio di cuore.

Romana, lei è fresca di due notevoli successi letterari a brevissima distanza l’uno dall’altro. Le serenate del ciclone del 2015 e Il mio cane del Klondike, uscito lo scorso novembre, recensito entusiasticamente dai migliori quotidiani nazionali e già in ristampa. Come ci si sente quando le proprie creature, che noi amiamo necessariamente, incontrano il favore del pubblico?

Credo che ogni scrittore aspiri ad avere almeno una fetta di pubblico fedele. Io me la sono conquistata in otre 20 anni di lavoro. In un certo senso sono una resistente. Ce ne sono stati parecchi di nomi che sono apparsi e poi volati via. Da cosa dipende non lo so. Nel mio caso, forse, ha contato il fatto che non mi sono mai tradita. E per tradirsi intendo seguire l’onda, cercare di somigliarle. Ho sempre creduto che quello sia il modo più rapido per togliersi di mezzo. Un lettore ti legge, ti apprezza, poi compra il tuo libro successivo e tu hai cambiato strada. Non ti riconosce più. Forse la riconoscibilità mi ha permesso di conservarmi dei lettori che poi, a loro volta, mi hanno consigliata ad altri. Il passa parola è importante, perché le persone che parlano di libri sono gruppi molto diversi l’uno dall’altro. Credo che l’importante sia essere trovati dal lettore giusto, che poi te ne troverà un altro, che a sua volta te ne troverà un altro ancora, e via andare. Insomma, meno dispersione c’è e più è possibile allargare quella cerchia, la tua. A parte questo, sono molto felice dell’esito dei miei ultimi due libri. Il mio cane del Klondike è uscito da appena due mesi. Un grazie va anche alla Neri Pozza che è una casa editrice molto prestigiosa.

In occasione del suo precedente romanzo, dedicato alla figura di suo padre, lei mi disse che lo aveva scritto affinché la gente si ricordasse di Mario Petri, che è stato un grande cantante lirico e attore cinematografico tra gli anni Cinquanta e Settanta. A me è sembrato che, oltre a ciò, lei lo abbia scritto per avere con sé ancora suo padre, per riportarlo in vita per quella bambina raffigurata nella foto di copertina. È vero?

Difficile sapere se c’è un’unica ragione per la quale si scrive un libro. Le risposte vengono sempre dopo, a lavoro finito. È stato rileggendolo a distanza (rileggo quel che scrivo lasciando passare almeno un anno) che le cose si sono un po’ schiarite. Ho cominciato a scrivere il libro che mio padre era morto già da 25 anni. Credo che questo romanzo si possa considerare una dichiarazione di grande mancanza. Le morti non sono tutte uguali, ci sono anche quelle che niente rimpiazza. Ci sono i vuoti che tali restano per sempre. E allora, per riaverlo ancora accanto a me, ho raccontato la sua storia. Ma non mi è bastato rivivere la nostra storia, sono andata proprio alla fonte, l’ho preso quando è uscito dall’utero di mia nonna. Perché non mi era sufficiente riavere l’uomo che era stato mio padre, l’ho voluto proprio tutto.

Lo stesso meccanismo mi pare sia scattato con Osac il cane. La scrittura è per lei in questa fase, o forse sempre, un modo di elaborare il lutto, di gestire l’abbandono?

In fondo, con Il mio cane del Klondike finisco la serie dei cicloni. Il romanzo, infatti, potrebbe anche essere considerato il seguito dell’altro. Il Ciclone termina con la morte di mio padre e il Klondike comincia con me, che sono diventata una giovane donna, che trova un cane terribile e poi aspetta un figlio. Il figlio che mio padre avrebbe tanto voluto vedere ed è nato dieci anni dopo la sua morte. I miei romanzi sono abbastanza diversi l’uno dall’altro, ma li lega un filo indissolubile: la convinzione che la morte non sarà mai un interruttore che spegne i sentimenti. E l’intercapedine che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, spesso è per me sottile come un’ostia bagnata.

Libro del giorno
Giorni di spasimato amore

Tornando al Ciclone, nel raccontare le vicende biografiche di suo padre, lei è uscita dall’agiografia, costruendo un mondo animato da personaggi letterari veramente ben definiti come appunto il Ciclone, il Kid e una certa Italia semplice e spavalda, ma generosa, che oggi non esiste più. Come le è scattato il meccanismo narrativo, proprio da un punto di vista tecnico: da un flusso di ricordi, dall’osservazione delle fotografie (come suggerisce nel Cane del Klondike), da racconti di altre persone?

Anche qui, come dicevo, di tutto mi sono accorta alla fine. Io scrivo in modo abbastanza inconsapevole, è come se il raccordo del tutto esistesse fin dal principio ma senza che io sia capace di rendermene conto. La scoperta la faccio a giochi conclusi. E alla fine mi sono accorta che più della storia di mio padre avevo avuto voglia di ricreare il mito, un mito che riemergeva dall’età dell’Oro. Quando questi uomini maestosi venivano fuori dalla terra già grandi, eroici, compiuti e alla fine la terra li riaccoglieva non in forma di ceneri, ma riassorbendoli, come se il termine della vita non fosse altro che uno sprofondare di nuovo, tutti interi, nei suoi visceri. E in questo ho un po’ abbandonato il padre per abbracciare l’epica a me tanto cara e che proprio lui, quando ero bambina, mi leggeva, raccontava e interpretava travolgendomi completamente. Credo di aver estremizzato l’estremo. Questo succede soltanto quando si scrive di un personaggio che è fascino puro, e dunque, anche difetto puro. Forse per questo è venuto fuori un personaggio credibile seppur molto eroico. Un personaggio a tratti insopportabile ma che al dunque strugge e, dongiovannescamente, fa innamorare. Del resto, quando è morto, su la Repubblica scrissero così: “È morto Mario Petri, il cantante lirico che le donne si mangiavano con gli occhi”.

continua…

Commenti