“Ndrangheta s.r.l. – Una società dai reati legalizzati”: intervista all’autrice Federica Giandinoto SECONDA PARTE

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SECONDA PARTE

di Olympia Fox

Proponiamo la seconda parte dell’intervista a Federica Giandinoto, offerta da Echidna Editing che ringraziamo nuovamente. La prima parte è disponibile qui.

Lei sottolinea il carattere popolaresco e la funzione sociale che hanno caratterizzato i primi passi della ‘Ndrangheta: possiamo dire che sostituiva lo Stato dove esso non c’era, se non nominalmente?

La giustizia comminata dall’organizzazione era più immediata di quella dello Stato. Un capobastone ad esempio spesso era difensore dei deboli e giudice per le controversie agricole: svolgeva una funzione sociale, senza avere alcun potere o diritto a farlo, ma era sentito come affine e più efficace di uno Stato lontano, inefficiente e in cui la gente, soprattutto al Sud, non aveva fiducia. E questa funzione sociale al Sud i capo-famiglia ce l’hanno ancora.

Nel Nord Italia il tessuto sociale e il background storico sono diversi: la questione meridionale qui non c’è mai stata. Però la ‘Ndrangheta ha saputo trasferire la propria mafiosità e le proprie tradizioni in modo che attecchissero anche qui, per poi espandersi al resto del mondo. Al di fuori della Calabria, la colonizzazione mafiosa è iniziata con l’emigrazione di membri delle famiglie colluse: da lì è partito l’insediamento. La forza dei

legami parentali e organizzativi ha poi permesso che nei nuovi luoghi di insediamento le succursali avessero il tempo di crearsi e attecchire, fino a intasare territori vergini: è stata una vera e propria colonizzazione perpetrata tramite famiglie e associati dislocati in luoghi diversi dalla originaria Calabria.

Cosa Nostra si è insediata stabilmente negli States, la ‘Ndrangheta l’ha fatto ancor più vistosamente e in maniera più pervasiva anche nel resto del mondo.

Quindi come possiamo lottare contro la ‘ndrangheta?

Le operazioni di polizia, che dal ‘92 si sono fatte frequenti ed efficaci, hanno smantellato le famiglie principali, minandone il tessuto gerarchico e sociale con reclusioni e arresti dei membri autorevoli e con sequestri e confische di beni acquisiti con i soldi riciclati.

Anche l’Europa inizia a essere più sensibile al problema, sebbene continui a sottovalutare l’impatto di questo tipo di criminalità e inizi solo ora a capire quanto essa sia nefasta per l’economia legale. Però sono lieta di sottolineare che si inizia a parlare di norme europee che prevedano e reprimano il reato di “associazione a delinquere di stampo mafioso”.

Anche perché il supporto e la collaborazione reale dell’Europa è fondamentale: la sola Italia non basta più ad arginare il problema. Inoltre, vista l’espansione, non è più un problema solo nazionale.

Aggiungo che una parte fondamentale nella lotta contro la malavita la fanno i magistrati, gli avvocati, i giornalisti e gli autori schierati: ottengono ottimi risultati e con il loro esempio fanno capire che bisogna fare sempre più.

Per vincere la lotta si dovrebbe arrivare a debellare completamente la mentalità mafiosa: è l’unico modo. Ma è ancora considerata inevitabile, un fenomeno con cui convivere, parte del tessuto sociale e a cui rassegnarsi (soprattutto in Calabria).

La nota positiva è che questa rassegnazione almeno nei giovani non si rileva così tanto, ma certamente non è facile integrare un nuovo modo di vedere nella vita di tutti i giorni. Qualche cambiamento c’è: le opere di educazione alla legalità che iniziano fin da piccoli, permettono alle nuove generazioni di crescere bene.

L’esempio e la scuola sono importantissimi, ma anche le manifestazioni in contesti diversi, come le giornate educative, le marce per la legalità. I momenti di riflessione nelle scuole inoltre dovrebbero essere una costante: i pentiti di mafia nelle scuole che si confrontano e parlano coi giovani sono più efficaci di molte lezioni in classe. Come pure gli incontri con autori come me che vogliono entrare in contatto con gli studenti e rispondere alle loro domande.

Realisticamente dobbiamo dire che i politici e gli imprenditori dovrebbero essere i primi a non cadere nelle trappole delle collusioni, ma è pressoché impossibile, dato che per loro queste associazioni sono molto vantaggiose.

Però, oltre alle nefaste conseguenze di cui abbiamo già parlato, hanno anche il pessimo effetto di riproporre un modello negativo di comportamento che non aiuta nella lotta e nell’esempio.

Debellare la mafia completamente è un’idea utopica: troppi i legami con il potere politico, ma i passi avanti per contrastarla e limitarne l’influenza si stanno concretizzando sia nella gente che nella magistratura: la crescita culturale, la consapevolezza e il coraggio, nelle istituzioni come nelle persone comuni, contribuiscono a migliorare la situazione.

Con questo saggio spero infatti di poter gettare un seme nella gente, nei giovani: l’esempio, proprio come i libri e la conoscenza non strumentalizzata e non utopistica servono a questo. Nessuno di noi ha la possibilità di agire sulle sfere massime del potere, ma l’informazione serve per capire e contrastare nel quotidiano un modus vivendi criminoso. A questo possiamo ambire tutti: fare il meglio possibile nella nostra sfera di influenza.

Dottoressa, questa è una nuova edizione di un saggio pubblicato per la prima volta dieci anni fa. Cosa l’ha spinta ad aggiornare e ampliare la sua opera?

Soprattutto lo stupore per la ferocia e la recrudescenza delle pratiche mafiose che sembrano non avere fine: ci ho rimesso mano, a un decennio di distanza, soprattutto per aggiungere le operazioni anti-‘Ndrangheta e le nuove storie recenti, per mostrare che le cose, seppur lentamente, stanno cambiando.

Quando uscì la prima edizione di “‘Ndrangheta s.r.l.” non se ne parlava, non era una organizzazione nota e lo scrissi per far capire la realtà e quanto fosse pericolosa e insediata ovunque. Pubblicai il libro perché fosse un campanello d’allarme su un fenomeno esteso e in ascesa: riposi passione e conoscenze, impegno, anni di revisione.

Per questo ho voluto riprenderlo e ampliarlo, perché continui a svolgere la sua funzione di informare su come le cose siano, siano state e stiano diventando.

Dottoressa Giandinoto, la ringrazio tanto per le risposte chiare e circostanziate. Alla fine di questa lunga intervista io ho le idee più chiare, ma la voglia di capire ancora di più è forte. Riporto quindi per i nostri lettori gli estremi del suo libro, di modo che sia facile per tutti recuperarlo e leggerlo.

Titolo: ‘Ndrangheta s.r.l. – Una società dai reati legalizzati
Autrice: Federica Giandinoto
Editore: Collana Saggi di Falco Editore

Chi è l’autrice

Federica Giandinoto, avvocato e dipendente dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, nata e cresciuta a Roma, è alla terza edizione di questo suo primo saggio. Ha svolto una prima collaborazione con la Rassegna penitenziaria e criminologica del Ministero della Giustizia, pubblicando un contributo sulla criminalità organizzata di origine calabrese; attualmente sta lavorando a un testo sul trattamento riabilitativo e penitenziario nel carcere dei serial killer e ad un altro sull’applicazione delle misure alternative alla detenzione nell’esecuzione penale minorile.

Agli studi giuridici ha alternato quelli musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte presso il Conservatorio di Musica di Frosinone “Licinio Refice”.

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