OGNI VITA MERITA UN ROMANZO

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di Roberta Andres

Il terzo appuntamento della serie di articoli riguardanti la Scrittura Terapeutica, iniziata con un approfondimento delle ricerche di James Pennebaker, tratta un libro molto interessante: Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia, pubblicato daAstrolabio nel 1988 e scritto dallo psichiatra americano Erving Polster. L’autore è un esponente della Psicologia della Gestalt, una scuola psicoanalitica che ha rivolto molti dei suoi studi alle arteterapie in genere e quindi anche alla scrittura, considerata uno strumento importante di terapia e in terapia.

Non è un testo rivolto unicamente agli addetti ai lavori ma facilmente approcciabile da qualsiasi lettore, che a partire dal titolo afferma e sottolinea il fascino proprio della vita di ogni persona e come l’acquisire questa consapevolezza ci spinga a ritrovare l’interesse per la vita anche nei momenti di crisi.

L’assunto di Polster, nel libro, è che lo psicoterapeuta, come un bravo scrittore, deve aiutare chi soffre a trovare nella storia della sua vita quegli elementi di opportunità, novità, significatività, coinvolgimento emotivo che rendano bella e preziosa la sua esistenza. Il terapeuta viene visto infatti come un cercatore di storie: durante la terapia egli cerca nel racconto della persona che ha di fronte gli elementi importanti perché la storia abbia successo e abbia luogo il cambiamento sperato, perché a suo parere “nessuno può fare a meno di essere interessante”. Questi particolari dell’esistenza, paragonabili ai dettagli narrativi, vanno ricomposti in una unità (la vita del paziente) esattamente come dai dettagli si risale alla storia complessiva narrata. Nello scoprire e ricostruire insieme al paziente la sua storia, il terapeuta deve aiutare la persona a sentirsi intera, a ricomporre le contraddizioni laceranti dentro di sé: “Deve guidare il paziente a identificare le sue parti, a lasciare che esprimano le proprie esigenze. E infine a trovare un posto per ciascuna di esse nella comunità del sé. Sentirsi intero nonostante questa diversificazione interiore è una delle sfide più importanti nella vita di ciascuno”.

Così come lo scrittore e il lettore non sopportano di tirare avanti a lungo senza che accada qualcosa di significativo e di nuovo in un romanzo, così terapeuta e paziente hanno bisogno di avvertire che procedono verso una trama direzionale provvista di senso esistenziale. Polster ci ricorda che chi rimane imprigionato nella sofferenza non riesce a provare senso dell’umorismo, ironia, diversità di interessi, senso dell’avventura, mistero, amore: ingredienti fondamentali per un approccio positivo all’esistenza. “Il terapeuta, come il romanziere, ha coltivato in sé la capacità di cogliere quello che Henry James chiama il prodigioso intrattenimento della vista, il gusto di vedere ciò che c’è da vedere.

Ciò che prima restava nell’ombra e nell’isolamento, ora acquista direzionalità e capacità di emozionare. Il paziente ha finalmente la sensazione di andare da qualche parte”. Come il lettore, o l’eroe di un romanzo. Il testo è cosparso di analogie tra il terapeuta e il narratore di storie: sia l’uno che l’altro si trovano a condire il proprio racconto di suspense; sanno che una buona narrazione, come la vita, è condizionata dal bisogno di dare un finale alla storia ed entrambi mettono insieme le parti del romanzo, o le tessere del puzzle, strutture artistiche che rappresentano l’esistenza del paziente.

Questi elementi contribuiscono al cambiamento di prospettiva con cui vivere la nostra vita: ci aiutano a trovare una nuova Gestalt (in tedesco forma), una forma che strutturi e organizzi le nostre esperienze, che renda più funzionali le immagini guida alle quali ognuno di noi si ispira e che, grazie a una ritrovata comunicazione tra le nostre diverse parti, faciliti il ritorno all’armonia interiore. Ma come si inserisce il pensiero di Polster nel movimento psicoanalitico a cui egli appartiene?

La psicologia della Gestalt nasce in Germania negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, i suoi massimi esponenti furono M. Wertheimer, K. Koffka e W. Köhler (sebbene il movimento non abbia un vero e proprio padre fondatore). Secondo la Gestalt, nella nostra percezione del mondo esterno noi non cogliamo delle semplici somme di stimoli, i quali si uniscono a dare gli oggetti, ma percepiamo delle forme, che sono qualcosa di più e di diverso. Questa teoria sostiene quindi che il modo di essere di ciascun elemento dipende dalla struttura dell’insieme e dalle leggi che lo regolano. Più nello specifico, secondo questo pensiero il “tutto” è più della somma delle singole parti: di conseguenza, occorre studiare componendo le varie parti e non suddividendole, così come occorre ricomporre le scissioni a una unità per guarire.

La nascita della Gestalt si ebbe con un famoso esperimento di Wertheimer, del 1911, sul movimento apparente o stroboscopico: il “fenomeno phi”. Presentando due luci proiettate su uno schermo a una certa distanza l’una dall’altra, e separate da un breve intervallo temporale, si osserva che il soggetto non percepisce due luci immobili, ma un’unica luce in movimento dalla prima alla seconda posizione. Il fenomeno era noto già da tempo ed è alla base del movimento cinematografico, ma l’originalità di Wertheimer consiste nell’interpretazione di “unità” che caratterizza sia la percezione umana che il pensiero e le emozioni. Anche se negli ultimi anni del Novecento l’influenza di questa scuola è andata diminuendo, la Gestalt è comunque una pietra miliare nella storia della psicologia moderna.

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